Architettura · Pubblicazioni
Articoli tecnici, saggi e gli editoriali scritti per Recupero & Conservazione dal 1994 — rivista che ho contribuito a fondare e di cui ho tenuto la direzione editoriale per alcuni anni. Circa un centinaio di contributi in tutto.
Pubblicazioni e saggi
Articoli su riviste specializzate, atti di convegno, saggi. Il filo conduttore: la durabilità come responsabilità, il costruito storico come bene comune, la tecnologia al servizio del senso.
La pietra e l'uomo. Appunti sui fondamenti antropologici dell'architettura
«Labor» n. 4 — estratto, Palermo
Superman e il Minotauro. Come cambia l'ambiente ufficio alle soglie del XXI secolo
«Habitat Ufficio» n. 48
Non omnis moriar. Appunti sul significato dell'uso della pietra nella architettura dei luoghi urbani
Atti del convegno «Il dettaglio degli spazi collettivi nel progetto di arredo urbano» — Politecnico di Milano
La pulitura delle superfici dell'architettura. Temi, patemi e sistemi
Recupero & Conservazione n. 6
La pulitura delle superfici dell'architettura. Le tecniche e i materiali (II parte)
Recupero & Conservazione
Il progetto della memoria. Le superfici dell'architettura fra conservazione, restauro e progetto del nuovo
«Area» n. 21
Dai Piani del Colore al progetto della memoria. Un mondo a colori
Recupero & Conservazione
Le tinte ai silicati nel recupero delle superfici dei centri storici
Recupero & Conservazione
Il cantiere della conoscenza. Fondamenti di diagnostica architettonica non distruttiva
Recupero & Conservazione
Le murature armate in laterizio. Una tecnologia nuova, nuovissima, anzi: antica
Recupero & Conservazione
Un problema di pelle. Nuovi materiali litoidei per il rivestimento esterno dell'architettura
Recupero & Conservazione
Buoni come un Leca. I Lecablocchi per murature tradizionali, anzi: moderne
Recupero & Conservazione
Editoriali
Gli editoriali scritti per la rivista. Non erano note di servizio: erano prese di posizione. Sulla qualità del costruito, sul patrimonio come responsabilità collettiva, sulla deriva di un settore che muoveva centinaia di miliardi senza regole chiare.
All'ombra degli alberi di pepe
R&C n. 5
Ricordo un pomeriggio afoso dell'88, nella Salemi dorata della pietra Campanella e dei cugini Salvo. Dopo aver parlato per due ore di restauro del paesaggio agli studenti dell'"Istituto Superiore per le Tecniche di Conservazione e Restauro A. Di Stefano" diretto da Claudio Infranca, io, Alessandro Ubertazzi ed altri amici indugiavamo fra gli alberi di pepe e gli eucalipti dissertando ancora, granita alla mano, di "evoluzione dell'uniformità" e di genius loci. I grandi cristalli di gesso selenitico emergevano tutt'intorno scintillando al sole, immobili nel soffio caldo dello scirocco e del favonio, e le rovine della Chiesa Madre distrutta dal terremoto si aprivano al paesaggio amplissimo dominato dalla torre normanna del castello.
Tutto appariva immobile, persino immutabile, eppure tutto sembrava disponibile "per necessità" ad essere mutato. Ci sembrava di essere chiamati a una responsabilità gigantesca e inevitabile, quella che Roberto Gabetti avrebbe sintetizzato pochi anni dopo (presentando il progetto di "completamento" della Palazzina di caccia di Stupinigi) nella serena convinzione di dovere "…far rientrare l'architettura nella sua storia". Ci sentivamo parte di un processo ininterrotto di significazione e di definizione di senso che aveva segnato il passaggio e la nostra memoria con la tettonica improvvisa e compatta della città, abbarbicata a un poggio come un cristallo gigantesco dalle profondità della terra per un'immensa spinta endogena, con quelle pietre intagliate color dell'oro nell'azzurro profondo del crepuscolo, con l'antico scivolare nelle valli del suono della pietra ("campanella", appunto) percossa al limitare delle cave. Un processo di relazione con il mondo, cioè di cultura, cui non erano estranee la passione dei nostri discorsi all'ombra degli alberi di pepe e la stessa granita al limone, troppo presto disciolta.
Anche per questo ho accettato con piacere l'invito dell'amico Alessandro Ubertazzi a scrivere a tale breve editoriale estivo. È tempo di crescere, per i piccoli architetti di questo ultimo scorcio di millennio. Dopo aver consumato l'uccisione del padre — anzi: dei padri — nel biancore di un "movimento moderno" a sua volta liquidato in modo un pò affrettato, l'architettura contemporanea può e deve recuperare il senso di una continuità della storia che discende dalla condivisione consapevole della sua irriducibile umanità.
È possibile e necessario essere architetti "del nostro tempo" producendo architettura nuova e recupero e conservazione dell'esistente. E non è detto che il contrasto linguistico, l'operare contrapposizioni nette, costituisca sempre e comunque la scelta migliore. Ogni caso va indagato e valutato in sé, con la sensibilità storica e tecnica che dovrebbe far parte del patrimonio base degli architetti.
Oggi, tuttavia, manca nelle facoltà di architettura una didattica tesa a sviluppare, con la necessaria competenza tecnica, questa "sensibilità" alla storia, attualizzandola e rendendola "viva" con gli strumenti di una disciplina il cui limite, e la cui grandezza, è la complessità intrinseca. È necessario partire da lì per ritrovare il filo rosso di un discorso — quello di architettura — che, se pur "parlato nella distrazione" (parafrasando Benjamin), tuttavia è parlato veramente da tutti. Per questo motivo anche il restauro sia di ristoro ad architetture vive, e non si riduca a pratiche imbalsamatorie o archeologiche degne di miglior sorte.
Ogni intervento sull'esistente, anche il più "tecnico", produce modifiche a vari livelli, e induce nuovi orizzonti di senso. La tecnologia, infatti, non può surrogare il progetto. Il progetto, che è sempre interpretazione e (ri)creazione, è per ciò stesso scelta, e istituzione di valori: quindi, è "morale". Varie "scuole" di pensiero disputano oggi in Italia proprio nel merito delle scelte possibili, con toni spesso aspri e un pò infantili. Questa rivista continuerà ad ospitare voci, opinioni, "scuole" differenti, volendo essere ciò che abbiamo sempre voluto che fosse: un punto di incontro e di confronto, come quell'ombra degli alberi di pepe.
Una scelta difficile? Io direi una scelta necessaria e utile. Perché i tempi cambiano — è di questi giorni la nascita su internet del primo web Europa dedicato interamente all'architettura e al restauro — ma la sostanza dell'architettura e del restauro riposa ancora nell'umanità delle sue premesse. Chi non ha letto le pagine bellissime che Marguerite Yourcenar dedica all'architettura nelle sue "Memorie di Adriano"?
Umili, strane, meravigliose cose accadono all'ombra degli alberi di pepe. L'architettura che ha abdicato al suo ruolo di "immagine del mondo", barattando l'antropia del paesaggio contemporaneo con l'aumento incontrollato dell'entropia interna al sistema, deve oggi "ritrovarsi" se stessa. Anche se il precetto delfico del conosci te stesso era innanzitutto un invito al fedele ad aver chiaro ciò che voleva chiedere al Nume…
Una delle espressioni che ricorrono più di frequente sulle pagine delle riviste di architettura, nelle aule universitarie e nelle sedi dei congressi di settore, è quella di "centralità del progetto". Siamo soprattutto noi architetti, nell'universo multiforme delle professioni coinvolte nella gestione e trasformazione del territorio, a sentirci compresi e quasi condannati, come gli eroi loro malgrado di De Vigny, al compito di indirizzare e coordinare le torme di specialisti tecnici, le imprese e gli attori finanziari intorno a quelle Scelte di Progetto della cui responsabilità ci sentiamo storicamente e logicamente (ma spesso solo idealmente) investiti. Ammettiamolo: tutto ciò è gratificante. Il peso di un compito così arduo non scoraggia affatto le migliaia di studenti che ogni anno si iscrivono alle Facoltà di Architettura; d'altra parte, il privilegio connesso in pectore alla Responsabilità delle Scelte non rinfranca poi molto le migliaia di colleghi disoccupati (od occupati in altre faccende che non il Progetto).
Dispiace dirlo, ma il progetto architettonico, spesso, non è così centrale come ci è stato insegnato. Il progetto di architettura è, nella maggior parte dei casi, soltanto una piccola parte di un progetto più ampio e complesso, la cui gestione ricade in aree di competenze (economiche, giuridiche, di marketing) solo arduamente ascrivibili al mondo dell'architettura. Fatte le debite differenze fra i meccanismi che governano la fattibilità e l'accesso al cantiere della progettazione del nuovo e di quella legata alla valorizzazione dell'esistente (sia essa del recupero, del restauro o della conservazione), ci si accorge tuttavia che l'aumento della complessità del mercato tende in generale ad esautorare l'architetto "tradizionale" a favore delle società di ingegneria o di strutture comunque in grado di governare, oltre al project, anche il project financing. La qualità del progetto, e la sua concorrenzialità, si misurano oggi all'interno di una nuova complessità che l'architetto, nella maggior parte dei casi, non è più in grado di gestire; quanto meno, non con gli strumenti che si apprendono nel corso degli studi universitari — ma questa non è una novità. E allora, professiamo umiltà, e realismo, senza con ciò abdicare alla tensione al progetto. La competenza tecnica, nel senso multi-disciplinare del termine, che è poi quella di cui soprattutto parliamo da queste pagine, non è in discussione: senza, si è comunque tagliati fuori dal mercato. Ma stiamo attenti a parlare di centralità del progetto, perché il progetto di cui si parla non è quasi mai quello tradizionalmente inteso come "architettonico".
A meno che gli architetti non sappiano raccogliere la sfida della contemporaneità e farsi interpreti creativi, in questa fase di trasformazione, di una capacità nuova di gestione della realtà.
La copertina del numero 11 di R&C è una foto ravvicinata di un intonaco, ma a me piace riconoscervi una costa rocciosa e scabra oltre la quale si intravede il mare. È l'alba di un giorno nuovo. Mi sembra quasi di respirare il vento che gira nel cielo e che si impiglia sull'orizzonte coi primi raggi del sole, di sentire il loro tepore sulla pelle. È la scena di un mutamento, che è poi il tema di questo editoriale. R&C, infatti, cambia. Direttore, innanzitutto. Esauritosi il rapporto fra la casa editrice e chi mi ha preceduto, ho accettato la responsabilità di guidare questa rivista nella convinzione che essa debba crescere e migliorarsi per essere, sempre più, punto di riferimento e di confronto per quanti operano nel settore complesso degli interventi sul costruito. Non si tratta di una rivoluzione nel senso pieno del termine, piuttosto di una evoluzione — concetto caro all'amico Alessandro che credo egli stesso, potendo, avrebbe attuato. La formula editoriale verrà arricchita di nuovi contenuti e contributi. Gli articoli saranno più tecnici e cercheranno di penetrare meglio la concretezza delle realtà professionali coinvolte; già dal prossimo numero verrà dato spazio importante agli interventi sul moderno; altre rubriche si affiancheranno alle esistenti. Cambierà in parte anche la veste grafica della testata, e la copertina di questo mese ne è un primo esempio. Per il resto, ci vorrà qualche mese. Sono aperto ai contributi di intelligenza e ai suggerimenti di tutti. Lo spazio di questa rivista dovrà essere un luogo di incontro fra scuole di pensiero diverse, che in modo differente interpretano la responsabilità del progetto applicato all'esistente purché non abbiano paura del confronto. Si darà voce ai lettori e al dubbio, non avendo certezze d'accademia da propinare ex cathedra, con l'obiettivo umile di una informazione corretta, di una divulgazione utile. Nel nostro piccolo, cercheremo di fare cultura.
E vedremo insieme quali orizzonti ci riserva quest'alba.
Nel Paese, il nostro, sempre controcorrente. Capita che in questi anni di integrazione politica ed economica ad ogni livello, anche l'Unione Europea abbia preso atto del mutamento determinatosi ormai nell'attività dei professionisti dell'architettura. Lo ha fatto attraverso l'emanazione di due importanti direttive, peraltro recepite in modo distorto dall'Italia. La prima — la 92/50 — assimila la prestazione professionale ad una qualsiasi fornitura di servizi, sottoposta alle regole ferree della concorrenza (e con ciò scrive l'epitaffio definitivo di quel rapporto fiduciario fra professionista e committente che, come ha opportunamente messo in luce Leopoldo Freyrie, costituiva la base etica tradizionale dell'attività liberale e intellettuale di progettazione). La seconda, sulla libera circolazione dei tecnici, sancisce per gli stessi la libertà di esercitare la propria professione in qualsiasi stato dell'Unione, sradicando di fatto l'antico nesso territoriale e topologico di cui sono ancora espressione gli ordini professionali (in generale, provinciali). La metamorfosi drammatica delle professioni legate al variegato scenario del progetto edilizio coinvolge inevitabilmente anche le scelte editoriali di una rivista eminentemente tecnica come Recupero & Conservazione; qui, tuttavia, costituisce solo lo spunto per una riflessione "di contrappasso". Al di là delle rivendicazioni variamente leghiste, infatti, si verifica nel nostro Paese una "rinascenza" di logiche particolari e localistiche — in realtà mai assopite, ma oggi tanto più evidenti alla luce di quanto detto all'inizio. Come se, ad esempio, le idee da mettere a concorso per l'allestimento di una mostra o la sistemazione di una piazza potessero essere "idee regionali" o in ogni modo "locali", appannaggio di professionisti rigorosamente autoctoni. La relazione territoriale è sempre esistita di fatto (per ovvie ragioni: conoscenza dei luoghi e della cultura locale, incidenza delle spese, ecc…), senza bisogno di istituzionalizzarla erigendo muri in un mondo dove ogni giorno i muri vengono abbattuti. C'è, sempre più, la paura di perdere quel poco o pochissimo ancora "alla portata" e c'è, sempre meno, ritegno a etichettare, compartimentare e separare. Non c'è più forse, invece, da stupirsi: come in tutte le rivoluzioni, le crisi "da adattamento" determinano fisiologicamente spinte oppositive di genere vario. Segnalo la cosa lasciando a chi legge di trarne, se vuole, giudizi o conclusioni. In attesa di un assestamento che non appare prossimo (si dovranno aspettare la ristrutturazione delle categorie di progettisti, la legalizzazione delle società di ingegneria, la riforma dell'università, la disciplina del settore edilizio, la normalizzazione dei problemi connessi all'ambiente e alla gestione finanziaria del processo edilizio, la razionalizzazione e semplificazione di un apparato normativo ipertrofico e contraddittorio), il compito di questa rivista può essere soltanto quello di denunciare, segnalare, registrare con attenzione, verificare quanto possibile, informare nel "tempo reale" consentito dalla cadenza bimestrale e, soprattutto, stimolare. Un po' come le campane dei campanili — con il dovuto rispetto —, ma senza campanilismi.
A questo proposito nel 1997, per ovviare a una obiettiva deficienza di informazione, daremo fra l'altro spazio a temi tecnici articolati in una serie di saggi coordinati e apriremo nuove rubriche. È mia intenzione, inoltre, far parlare direttamente voi che ci leggete: continuate a inviarci le vostre segnalazioni, le vostre idee e i vostri commenti; da oggi anche via Internet, all'E-mail mads@galactica.it.
La guerra del pane
R&C n. 13
Sono deluso e un po' sorpreso dalla fiacchezza delle iniziative del Governo per il rilancio del mercato del recupero. Deluso, a fronte delle dichiarazioni di intenti espresse a più riprese da autorevoli rappresentanti di questa maggioranza; sorpreso, per l'evidenza delle questioni lasciate insolute o supposte al momento irresolvibili. Ben altre erano le scelte attese, e assai diverso l'atteggiamento necessario per governare e sostenere un mercato dell'edilizia che è, sempre più, mercato del recupero e della conservazione. Gli argomenti sono noti e non è qui il caso di ripeterli; lo scenario del cambiamento è complesso e giustifica in parte le cautele del legislatore. Solo in parte, però: ritardi ulteriori nel riordino di un settore che movimenta 200.000 miliardi sono più criminali che insipienti, e questo Governo è atteso a breve a una prova di intelligenza più robusta ed efficace. La domanda di interventi concreti cresce con il bisogno, che è una delle poche cose di cui certo l'Italia non difetta.
È necessario dunque fare presto. Ma in che direzione? In realtà è l'intero comparto edile che va riorganizzato con regole certe che consentano lo sblocco degli appalti, che rendano non conveniente il ricorso massiccio al lavoro nero, che aiutino i soggetti attivi di questo mercato, e in particolare le imprese di costruzioni, a crescere soprattutto in termini di qualità. La situazione è quasi grottesca, con tutti d'accordo — a parole — su cosa fare e ognuno ferocemente digrignante per difendere o conquistare un proprio pezzo di pane. È una guerra, piuttosto urbana in verità, senza una convenzione di Ginevra. Non sono chiari i ruoli né le norme. Intanto, il giro d'affari del mercato degli interventi sul costruito ha ormai eguagliato quello del mercato del nuovo, e il sorpasso è prossimo. E se la domanda è al momento polverizzata e particolare, l'avvio dell'attesa stagione delle grandi riqualificazioni urbane è senza dubbio un elemento decisivo per verificare la tanto decantata volontà governativa di rilancio del settore edile. Anche qui, infatti, mancano gli strumenti normativi: i Comuni e le Regioni non possono muoversi se non con grandissima fatica, e nelle nostre città restano in abbandono milioni di metri quadri di aree industriali dismesse, di aree residenziali degradate: a Palermo ci sono ancora i vuoti e le rovine dei bombardamenti alleati — e questo, può anche essere stato un bene. Quei ruderi e quelle spianate ci ricordano una guerra passata: quali rovine segneranno la guerra che è appena iniziata? Perché una guerra, non illudiamoci. Una guerra del pane.
A Bagheria, alle porte di Palermo, c'è un modo antico di porre la domanda "Che c'entra?", una parola o frase musicale che fa rimbalzare la lingua su e giù per il palato: "Chinnicchinnacchi". L'accento è duplice, sulla seconda i e sulla a, e si associa in genere a un tono fra il sorpreso e il risentito che vorrebbe esprimere, con le sopracciglia aggrottate, "Ma cosa c'entra, scusa?!"
Credo nessun'altra forma linguistica regionale saprebbe rendere con la medesima, icastica ironia il senso di sconforto, di impotenza ma anche di distanza, e persino il sottile afrore di raggiro, che spesso travolge di fronte a certa — e tanta — edilizia. Raggiro, perché le Commissioni edilizie comunali, pagate a volte — invero non molto — con soldi che sono di tutti, consentono a piene mani l'edificazione di brutture ingiustificate e senza appello.
Il paesaggio italiano, che è quasi tutto opera dell'uomo, ne è butterato dalle spiagge ai nevai. Ogni paese e ogni città, pur nobile e antica, è presa da questo cancro, e ovunque si distende l'ombra del Grande Cretino. Il brutto, da concetto più o meno astratto e relativo, si fa cosa, anzi peggio, casa dell'uomo. Il brutto estetico dei luoghi non è un'opinione da salotto, è fatto di pietra, di sasso, di mattoni e di calce, è fatto di luce, di colore, di odori e di storia. Chi progetta e costruisce sbagliando non può, con un colpetto di tosse dire "Oops, ho sbagliato" e riformulare la battuta. Lo stesso, naturalmente, vale per gli interventi sul costruito — anche quando li si voglia vendere per reversibili. Alzi la mano quel progettista, pur d'animo professionalmente conservativo, che in cuor suo non abbia mai provato un moto di rivolta di fronte all'ennesimo brutto edificio bisognoso di cure, e l'istinto feroce di distruggerlo o, almeno, il bisogno di trasformarlo profondamente. Si tratta certo in parte di un problema normativo: è più semplice e univoco indicare l'altezza minima dei locali che non l'armonia o la funzionalità di un progetto, il suo essere anche un bene di tutti.
Il problema, tuttavia, esiste ed è serio, perché si riferisce a un potere di intervento sulla realtà che viene spesso sottovalutato. Basta poco, alle volte, a stravolgere il mondo. La modesta effige di questa pagina, ad esempio, non stravolge nessuno ma raffigura me stesso riflesso specularmente via software; la mia guancia destra è in realtà la sinistra: quindi questa persona non esiste (almeno che io sappia). Sinistra modificazione del reale (o del conosciuto) che viene analogamente ogni giorno sul paesaggio, in modo meno soft e anzi decisamente hard, da allegri professionisti e svelte imprese. Chi controlla? Anche i cantieri dove si interviene su beni in teoria di tutti si nascondono dietro cortine impenetrabili. Si fa un bel parlare di qualità, ma finché non si porrà mano a questo vuoto procedurale e normativo tutto sarà lasciato alla (in)capacità, alla (in)coscienza e alla (non)professionalità dei singoli. Così gli architetti continueranno a esorcizzare i propri fantasmi prendendosela con i geometri e i molti colleghi archeometri, gli ingegneri con gli architetti e il mercato del recupero — anche delle periferie — in espansione costante, queste baruffette che lasciano il mondo com'è preoccupano un po'.
Il compito di una rivista come R&C è di informare e stimolare. Farlo in una situazione sconnessa e stantia come quella italiana, dove probabilmente esistono problemi più urgenti — non voglio dire importanti — del primo patrimonio storico-artistico del mondo, non è sempre facile o confortante. Lo stato delle cose, la pochezza e inadeguatezza degli strumenti disponibili, l'insipienza di chi può e non fa (l'atarassia sembra essere il riferimento ideale dell'homo politicus — o politicans) danno la misura della distanza fra chi vorrebbe e chi attende: le cose, almeno certe cose, in fondo ciò di cui ci occupiamo su queste pagine. Res publica, res nullius?
All'indomani della festa della mamma e delle elezioni amministrative che hanno designato anche nuovo sindaco di Milano (cui vanno i migliori auguri di buon lavoro, anche e soprattutto nel settore del recupero — ad esempio, delle tante aree dismesse), sembra che un fremito primaverile di risveglio percorra l'Italia dell'edilizia e del restauro. La pubblicazione dei decreti Costa (sui ribassi di gara anomali) e Karrer (per l'aggiudicazione delle gare sotto soglia) porta un po' di chiarezza nel vuoto normativo che ha sin qui differito la pubblicazione di tanti bandi per appalti pubblici. Diviene operativo, anche se con pochi soldi (20 miliardi l'anno) il piano straordinario per la sicurezza del nostro patrimonio monumentale e culturale.
Segnali positivi anche dalla pubblica amministrazione: la Regione Liguria ha agevolato in modo intelligente, premiando la qualità, i finanziamenti per il recupero; a Roma arriva in consiglio comunale la variante al PRG del '62 (il cosiddetto Piano delle Certezze), con tagli di cubatura per 17 milioni di m3 (che si aggiungono ai 40 milioni di m3 già soppressi con la variante di salvaguardia del '95) e rilancio del recupero sia nella città consolidata che nelle periferie; in Sicilia riapre il Teatro Massimo di Palermo, la giunta provinciale del capoluogo vara un programma di interventi da 52 miliardi per il recupero di 51 Beni Culturali pubblici e privati, e a Siracusa parte il piano da 126 miliardi per il recupero di Ortigia; a Venezia, poi, dovrebbe essere aggiudicato entro maggio l'appalto-concorso per la progettazione esecutiva e la ricostruzione della Fenice.
Mentre scrivo queste righe, l'ufficio legislativo dei Beni Culturali sta preparando una circolare che consenta alle Sovrintendenze di utilizzare gli stanziamenti ordinari per finanziare l'affidamento di incarichi di progettazione a professionisti esterni. Il portafoglio '97 del dicastero di Veltroni, last but not least, si è più che triplicato, grazie a Lotto, otto per mille e Giubileo, raggiungendo la cifra record di 1285 miliardi. Certo è un segnale; ma sempre poca, pochissima cosa rispetto all'entità e al valore del patrimonio da tutelare, stimato per difetto in un milione di miliardi. Ogni lettore noterà facilmente come 95 mila chiese, 40 mila fra rocche e castelli eccetera eccetera (dati ufficiali) abbiano forse bisogno di qualcosa più di un segnale. Inoltre, in attesa del regolamento di attuazione della Legge Merloni, quello del restauro è ancora un mercato in gran parte chiuso, dove vigono le “vecchie” regole del Dpr 509/78, con una spiccata predilezione per gli affidamenti diretti a cottimo fiduciario o a trattativa privata, e dove il massimo ribasso è ancora il criterio di aggiudicazione più importante.
In questo scenario, il nostro timore a R&C è a volte quello di poter fare di ogni lettore l'Enea che nel tempio di Cartagine vede raffigurata la rovina di Troia. Sunt lacrimae rerum, scrive Virgilio, et mentem mortalia tangunt. Versi famosi, e variamente interpretati nel corso dei secoli.
Ma le cose, nella maggioranza dei casi, non piangono; semmai siamo noi che piangiamo — o ci adiriamo — per esse. Così, se qualcosa, come sembra, si muove, è necessario esser positivi e professare buon senso; e agire, procedendo anche per piccoli passi, ma ponendosi obiettivi concreti; senza mai abbassare la guardia, e senza ingenuità, guardando il mondo negli occhi (con occhi magari commossi, ma non lacrimosi, chè con le lacrime si lavora male); e senza perdere mai di vista il senso di ciò che facciamo nel nostro lavoro di ogni giorno. Anche R&C, nel suo piccolo, percorre la sua strada, e chi ci segue da un po' si accorgerà che sta crescendo. Speriamo di farne ancora molta, di strada, e in buona, allegra compagnia.
Dati il periodo e il clima, chiedo sin d'ora venia ai lettori per questo editoriale un poco "estivo". D'altra parte, tempo d'estate = tempo di vacanze, per chi può. Io non può prima del 13 agosto per via di qualche cantiere in corso, ma ho già prenotato la nave da Genova a Palermo. La nave infatti dispiega, se non più le vele, almeno un certo numero di vantaggi rispetto agli altri mezzi usuali di locomozione. Primo fra tutti, senza dubbio alcuno, l'astrazione del viaggio dal periodare di paesaggi sconvolti che sia l'auto che il treno, o persino l'aereo, affastellano con dovizia di dettagli dinanzi ai nostri occhi bisognosi di pace. Tutto ciò che si vede dal ponte della nave sono il mare e il cielo, qualche gabbiano, qualche imbarcazione, a volte delfini e, di notte, la grande volta stellata. Se poi si è particolarmente fortunati e si soffre il mal di mare si ha anche la possibilità di scorgere qualche sorcio verde o persino, così mi hanno detto degli amici, corpi mistici fluttuanti. L'essenziale, tuttavia, è che in generale non si vedono le case, né le strade, né i paesi o le città, almeno sino a che ci si tiene lontani dalla costa: e questo costituisce una grande consolazione, l'agognata premessa alla vacanza vera e propria, lo stacco necessario rispetto allo stress visivo ed emozionale cui siamo ormai (quasi) assuefatti.
Vacare aliquid aliqua re, mi recitò una volta Armando Plebe, questa è la radice di ogni bene — appunto: vacanziero, ove vacanza non sia vuota mancanza. Ma si sa, nessuno è perfetto, e lo stacco violento non è sempre facile: ho ceduto alla cabina con vista esterna, ma mi sono premurato di chiedere se l'oblò avesse le tendine (pare di sì, spero siano bianche). Non vorrei essere frainteso: la vacanza come viaggio, come percorso a volte, è una delle mie (numerose) passioni. Ma arriva un momento, nella vita, in cui ci si stanca di paesaggi sodomizzati, di coste violentate, di edifici fatti col… Così, se mi si consente l'innocua provocazione, e la parafrasi dell'antico motivetto estivo, quest'anno lascio volentieri al resto dell'universo mondo la goduria di andare "…al mare / a veder le case chiare". Io invece mi godo un breve viaggio iniziatico verso la decantata e disincantata deità (direbbe il Gattopardo) della Sicilia, risparmiandomi lo spettacolo defatigante delle costiere che, dall'aeroporto intitolato a Falcone e Borsellino o lungo la smozzicata autostrada di Messina, conducono alla ex Conca D'oro e a quello che Goethe definì "il più bel promontorio del mondo", il cosiddetto Monte Pellegrino che segnala da lontano la piana di Palermo. No, non voglio vederle! (arrivo anche verso le cinque della sera…), non voglio vedere nulla. E poiché in Sicilia tutto decanta e tutto è disincanto, sapete qual è la nota ironica? Che me ne vado in vacanza in un piccolo angolo di paradiso, un limoneto a picco sulla valle dell'Eleuterio, che si chiama Affacciaturi: in siciliano, Belvedere.
In questi giorni di settembre, funestati dalla trasfigurazione di Lady Di e dalla scomparsa di Madre Teresa, Aldo Rossi e sir George Solti — andati via quasi in punta di piedi —, qualcuno avesse avuto occasione di seguire, a Roma, la seconda Biennale degli urbanisti europei, e di visitare la prima Rassegna di urbanistica europea organizzata da INU e Ministero dei LL.PP. al Palazzo dei Congressi dell'EUR, non vi avrebbe trovato, temo, molti motivi di conforto.
L'Italia esce piuttosto malconcia dal confronto fra gli oltre 100 progetti di trasformazione urbana in corso nei 16 Paesi europei che hanno aderito all'iniziativa. Il ritardo normativo e culturale è ormai valutabile in decine di anni ed è stato puntualmente denunciato. La mancanza di strategie urbane di medio periodo non consente di velocizzare e rendere concrete le pianificazioni operative che, invece, nel resto d'Europa vengono completate con una rapidità di esecuzione imbarazzante (per noi); i mille soggetti in gioco non si coordinano e non vengono coordinati, le competenze frammentate rimangono tali, la razionalizzazione delle risorse finanziarie pubbliche e private non trova certezze né incentivi, e l'applicazione del regime di concorrenza alle professioni legate al progetto è cosa tutt'altro che semplice. Niente di nuovo, certo.
Il fatto è che se la trasformazione delle città è lo scenario di fondo dell'architettura (del recupero, del restauro, della conservazione…) del prossimo secolo, qui da noi ne è per ora piuttosto il referente mitico. Al convegno annuale degli ingegneri il ministro Costa (che, come l'Antitrust, non ama certo la Merloni-ter; ma pare sia pronto il regolamento della Merloni-bis) annuncia fra i fischi che la riforma urbanistica può attendere, perché il governo ha altro a cui pensare, esplicitando definitivamente l'ipocrisia sottesa al consenso unanime sbandierato un tempo su quella legge.
Non è per corporativismo che confesso di nutrire forti perplessità circa l'efficacia e l'utilità di un mercato del progetto asservito alla logica del massimo ribasso. E questo, soprattutto, nell'ambito complesso degli interventi sul costruito. Al di là della distinzione schematica che vede il recupero privilegiare la funzione e la conservazione l'oggetto, esiste una funzionalità più alta e difficile del costruito; la sua valutazione varia da caso a caso ed è parte integrante della responsabilità del progettista. Essa travalica la dignità documentale della materia alla ricerca di un equilibrio difficilissimo: perché se la conservazione è necessaria, la trasformazione è inevitabile. Il problema sta dunque nel governo della trasformazione, che altrove ho definito progetto della memoria. Non è cosa da poco, è un compito che dovrebbe far tremare le vene dei polsi, e che non può essere affrontato come un gioco di borsa o un Monopoli.
Anche l'economia degli interventi sul costruito è il risultato di funzionalità complesse e non va intesa in senso restrittivo o univoco, pena la perdita di quella stessa complessità e della suggestione, dello stupore che la sostanzia. L'economia non è neutra, come non lo è la tecnica. Il problema è la scelta.
Questo governo, dunque, ha (anche) questo grosso problema, un nodo cruciale per l'Italia che va sciolto, e che io credo sarebbe un grave errore far sciogliere da un pur bravo economista. Non che aborrisca di necessità i mercanti nel tempio: è che rischiamo di non avere più un tempio. Seguiremo la vicenda. I prossimi mesi saranno critici, e i precedenti non autorizzano ottimismi. L'attenzione al settore, tuttavia, cresce: da questo numero, una nuova associazione collabora con R&C. Si chiama ARES, nome battagliero per un'associazione di professionisti del recupero e della conservazione. Ma i tempi sono difficili, le scelte urgenti, e l'Europa lontana.
Piove da giorni sui tetti e sulle strade di Milano. L'acqua cade come un manto sulle spalle nude della città, e il suo mormorio è come un fiume che porta molte voci. Piove sulla Valle dei Templi, dove le gocce si riuniscono in rivoli lungo i rocchi scanalati e le balze argillose. Sono come i capelli delle sirene di Ulisse, che tutto avvolgono nell'intricato sudario delle loro chiome marine. Anche il pino mutilo di Pirandello riluce in lontananza, con la sua nuova maschera di fusto di colonna.
Piove sulle tende e sui container che in Umbria e nelle Marche accolgono gli sfollati. Non dovremmo dimenticarlo. Lì il ticchettio della pioggia non culla lieve il sonno, non dice tenerezza. È solo parente del fango e del freddo, quel freddo che porta la neve. I bambini l'attendono anche quest'anno? Loro forse non conoscono le cifre del disastro: 4.000 miliardi di danni possono suonare astratti come la velocità della luce. Ma una cosa capiscono bene questi bambini: qualcosa è cambiato. E non sarà più come prima, neanche quando la scuola avrà di nuovo i muri e non volerà più via con il vento. La paura e il disagio passeranno. Ma il paesaggio sarà mutato. Certo, i campanili verranno ricostruiti, le case riedificate, i monumenti consolidati. I monumenti. Ma quanti borghi, e quante realtà rurali minime e disperse, che tanta parte hanno nel nostro paesaggio e nella nostra memoria, e non solo in Umbria e nelle Marche, verranno dimenticate, abbandonate o demolite senza controllo o coscienza? Forse è giusto così, forse è fisiologico, è che noi occidentali siamo troppo affezionati all'esercizio della rammemorazione diacronica, alla storia come via d'acqua (sì, piove decisamente troppo) sulle cui rive si depositano le tracce del passato. Il sisma come versione ecologica della filosofia del martello di Nietzsche? Io vorrei che almeno potessimo scegliere: e per scegliere dobbiamo conoscere. Ora, sono in corso varie iniziative per il censimento dei beni culturali danneggiati in Umbria e nelle Marche. I beni coinvolti nel censimento sono però sostanzialmente quelli monumentali: tutti gli altri? Tagliati fuori, e non solo per motivi economici. Noi, come R&C, vogliamo appoggiare ufficialmente la campagna lanciata da ARES per la raccolta di segnalazioni di beni meritevoli di attenzione. Ci piacerebbe riuscire a raccordare e far dialogare, se non a unire, gli archivi delle Sovrintendenze, quelli dei Comuni, delle Province, delle Regioni, di altre associazioni e di altri Enti. Ci piacerebbe anche che non si speculasse sulle disgrazie altrui, approfittando dell'emergenza per esibire parcelle mostruose e vagamente immorali. Ci piacerebbe soprattutto che i nostri lettori, al di là delle cartoline che continuano ad arrivare numerose, si facessero parte attiva in quest'opera di delazione sistematica. Perché abbiamo tanto infierito sul nostro paesaggio, fisicamente e concettualmente, mangiandocelo a morsi una briciola dopo l'altra, che dove abbiamo magnato ci sembra scorra un fiume — la storia? — mentre invece c'è solo una pozzanghera dove neanche i bambini vogliono più giocare.
R&C n. 19 — editoriale di Sergio Tiné
Ricordo di Giovanni Giuffrè, appena scomparso
La terra continua a tremare in Umbria e nelle Marche. La primavera non ha portato mutamenti sostanziali fra le popolazioni colpite dal sisma, mentre anche le poche rondini che ancora ritornano nel nostro Paese per ritrovare lo stesso nido sotto l'identica gronda hanno il loro bel da fare fra container metallici e borghi disabitati.
La primavera, tuttavia, ha portato il SI della Camera alla conversione del DL 6/98 sulla ricostruzione, approvato senza modifiche dopo le polemiche e i molti emendamenti subiti al Senato. Con una base finanziaria di 3600 miliardi, il nuovo strumento passa ora nelle mani di Regioni e Comuni, che dovranno procedere entro il 30 maggio alla perimetrazione dei centri maggiormente colpiti e alla definizione, entro il 28 agosto, dei piani di recupero con relativi piani finanziari. Un bel passo avanti e, finalmente, un punto fermo in tutto questo vacillare del mondo: ma la strada è ancora in salita, perché gli adempimenti che precedono la fase operativa della ricostruzione sono molti e complessi. Anche le deroghe alla normativa sugli appalti non sono poi così tante, per i numerosi elementi di rigidezza procedurale considerati necessari per garantire trasparenza e correttezza degli interventi. Seguiremo la vicenda e cercheremo di comprendere le cause di eventuali inceppi e ritardi. Va ricordato anche che il mondo professionale è in fermento per l'esigenza diffusa di un aggiornamento delle filiere decisionali e delle competenze tecniche nelle professioni legate al progetto e che l'intero impianto legislativo del settore è in via di segmentazione. Insomma, se le scosse continuano, la riscossa è ancora ai primi tremiti: le previsioni dei politici per l'inizio del rientro degli sfollati nelle proprie case si attestano sui 12-16 mesi, e persino i testi degli interventi al Convegno organizzato da R&C a Bevagna nel dicembre scorso non sono ancora pervenuti in redazione. È primavera: c'è chi ha detto che la speranza è come le rondini, ed è ritornata. Le rondini, però, quest'anno son proprio pochine.
Può capitare di essere stanco delle parole. Ogni due mesi mi siedo a un tavolo, piccolo o grande che sia, per scrivere l'editoriale del nuovo numero di R&C. L'editoriale è un'occasione di pensiero, uno spunto di riflessione; non serve a sfoggiare alcunché, né a risolvere i problemi di alcuno. Nel migliore dei casi, quando viene letto, può dare corpo allo "spirito" della rivista, al senso e alle scelte che stanno dietro alla linea editoriale e alla sostanza concreta dei contributi scritti. Tuttavia, a volte non è facile trovare sul foglio le geometrie della scrittura. Parole, parole: una rivista vive di parole che descrivono fatti ed esperienze di alcuni per contribuire al miglioramento dei fatti e delle esperienze di altri. Questa volta, però, le parole escono a fatica. Sono come impantanate nel fango. Avrei voluto parlare del disastro che ha colpito Sarno e Quindici e le altre frazioni cresciute in libertà sulle fragili pendici delle alture campane. Ma fragile e incerto è tutto il territorio italiano, dalla Valtellina alla Piana di Agrigento. Se il dissesto idrogeologico del nostro Paese è una realtà, lo è altrettanto la buona salute dei fiumi di parole che ogni giorno sfociano nelle nostre orecchie pazienti. E parole, parole, "È trent'anni che lo diciamo", "Manca un piano organico", parole, "C'è bisogno di un progetto", "Lo Stato vi chiede scusa", parole, "È colpa tua", "Non è colpa mia", "Individueremo le responsabilità", parole, "Ma è una tragica fatalità". Dopo le parole, i fatti? "Ci vuole il Ministero (del Territorio)", "Facciamo il Super-Ministero", "Sì, ma chi lo guida?" "E con che mezzi?" La mia preoccupazione è che prevalga ancora una volta la logica parolaia della burocrazia, che la visione pragmatica e tecnica necessaria a una gestione unitaria del territorio rimanga di nuovo impantanata, schiacciata o sommersa (a seconda dei casi) dalla canea sussiegosa dei poltronandi. Parole, dibattiti, interviste, ancora dibattiti, ancora interviste. Credo che anche queste parole sono importanti, perché un'analisi corretta dell'accaduto è essenziale per elaborare iniziative efficaci. Purtroppo questa è una fase un po' verbosa, che i media ci restituiscono impietosamente. Ma c'è bisogno di ben altro. Il ritardo e la confusione regnanti anche in questo settore sarebbero imbarazzanti per chiunque. Da qui, la stanchezza delle parole. Lo Stato dà qualche segnale, ma la domanda di molti è: lo Stato (come apparato) sa ancora essere un fulcro, un centro vivo e vitale in cui riconoscersi, di cui sentirsi parte? Poiché al di là dell'abnegazione di alcuni e della passione generosa di migliaia di volontari, per i più la partecipazione al dramma si consuma a tavola di fronte alla TV, e si esaurisce nell'arco di una mezz'oretta.
A proposito di terremoto: noi non ci siamo distratti, continuiamo a seguire la vicenda umbro-marchigiana nella sua complessità. Questo numero di Recupero & Conservazione, dedicato al terremoto, cerca di portarvi un piccolo contributo di fatti. Almeno a parole.
Panta rei… also
R&C n. 22
Forse la notizia non è di quelle che riempiono le prime pagine dei giornali, ma ha un suo peso e una posizione determinata nell'ordine delle cose. Il mio prof. di disegno del liceo va in pensione. Con lui, molte altre persone che hanno dedicato la propria vita alla formazione pre-universitaria lasciano l'insegnamento attivo e scompaiono dalle aule e dai corridoi delle scuole italiane. Niente di particolare, in effetti: PANTA REI, tutto scorre, il tempo passa, c'è chi nasce e chi muore, chi lascia il lavoro e chi lo trova (quest'ultimo caso è un po' raro). Del Piero e Ronaldo hanno deluso e la spiaggia rosa di Budelli non è rosa perché i turisti se la sono portata via nei sacchetti di plastica. Anche la mia fresca casa di neo-sposo è ancora tutta in divenire. Ogni singola cosa, compresa questa penna e i vostri occhi che leggono, si muove e scorre e cambia con una velocità che non cessa di stupire l'uomo da qualche migliaio di anni.
Ci piacerebbe, a volte, immaginare o figurarci qualche pur infimo punto fermo, un referente cristallino piantato come uno spillo rassicurante nel tessuto mutevole e talora sdrucito della nostra vita. Anzi, un'intera scatola di spilli. Lasciando per una volta in pace il Padreterno, Francesco (non il santo, ma il mio prof. di disegno del liceo) era appunto uno di questi spilli o spilloni, piantato nel fianco del mitico liceo A. Einstein di Palermo, bianco e abbronzato simil-Armani e con gli occhi di mare; più di ogni altro mi voleva architetto e lontano dalla Sicilia ("Vattene. Devi andartene" mi diceva, come il Noiret agrodolce di Nuovo Cinema Paradiso). Ed io, che non avevo nessuna intenzione di fare l'architetto, quando nell'81 mi sono diplomato ho lasciato Palermo alla volta di Pisa per fare il biologo marino.
Sebbene a tutt'oggi non si possa (ancora) dire che il mondo abbia guadagnato un grande architetto né, per quel che se ne sa, che abbia perduto un grande biologo, è anche per Francesco che sono in questa casa dipinta di rosa (ha scelto Silvia), da cui vedo il Resegone e la Madonnina, a scrivere l'editoriale estivo di R&C. Avete con chi prendervela. E adesso lui che fa? Se ne va in pensione, lui. Le stelle esplodono, le meteore precipitano urlando, i vulcani fanno fuoco e fiamme e lui, zitto zitto, lascia la scuola. Un altro punto fermo che cade. Non bastavano il cespuglio di lillà in cui mi nascondevo da bambino a Bassano in Teverina, spazzato via da una camionabile, le rocce aguzze da cui scendevo in mare a Sferracavallo, lastricate con un cemento grossolano, Pietro il musicista che non mi chiama più o la Pilsener Urquell praticamente introvabile. Tutto passa e cambia. Eccomi qui, con la fede al dito e i capelli più grigi.
Cambia anche la scuola che conoscevo, ridisegnata da Berlinguer secondo modelli tecnicisti e pseudo-anglosassoni che mi deludono et also mi perplimono (consentitemi!): sarà antiquato e vetusto, ma temo una scuola modernista da FANTA REI alla moda, in cui sempre meno spazio venga lasciato alla formazione della persona, alla paideia insomma. E ci tolgono anche il Tema!
Io devo molto ai miei insegnanti, dal maestro Mazzi delle elementari a Orte alla Galletti e soprattutto alla Milana del liceo. Ognuno di loro ha un posto dentro di me, preciso oppure ondivago a seconda del numero di "strati" di tessuto presi insieme. Certi fatti, scriveva Barthes, si mettono sin dall'inizio in posizione di ricordo, nascono per così dire all'imperfetto. Altri si impongono col tempo a un presente illusorio che ci blandisce come un pericoloso canto di sirena. I cardellini fissati a matita sul mio quaderno di quarta elementare sono probabilmente morti da tempo, eppure svolazzano ancora dentro di me intorno al pino dal ramo spezzato, vivi come non mai.
Ora, si fa un gran parlare della riforma universitaria (importante) e non si parla più della riforma pre-universitaria (importantissima). In classe al liceo eravamo diciassette, di cui undici ragazze. Io invece ero alquanto confuso e vagavo nelle nebbie — non solo ormonali — dell'adolescenza. Scrittore, poeta, pittore? Oppure biologo, ingegnere del freddo, astrofisico? Et voilà, architetto. La colpa non è solo mia, è anche di Francesco. Ora che lo sapete, girate pagina — voi also. R&C si rivolge soprattutto a professionisti. Ognuno di voi ha dietro e dentro di sé storie e percorsi che io non conosco. Quali sono le vie che avete misurato e che vi hanno formato prima, ben prima dei bivi universitari? Ve le ricordate? Io spero siano per voi un presente e stimolante canto di sirena.
La nebbia agli irti colli…
R&C n. 23
I colli, naturalmente, sono quelli di Roma: la densa foschia che li avvolge, in tutto diversa dalla regale nuvolaglia dell'Olimpo o del Sinai, per alcuni rimanda piuttosto al ribollir dei tini — e non solo per l'approssimarsi dell'autunno. Al posto di celesti baluginii, crepitii un po' mosci di fuochi d'artificio nati stanchi e un vago odor d'acqua rafferma. Sarà il ministro Costa? Chiedo venia. Eppure il ministro ha il suo bel da fare, e gli si deve riconoscere, se non coraggio, almeno cipiglio nel perseguire i suoi obiettivi. Ma la seconda bocciatura europea, con 3 pareri motivati, dei provvedimenti emanati dal Governo in tema di appalti pubblici, per violazione delle norme che ne impongono l'attribuzione attraverso gara, appare particolarmente pesante in un momento che vede sul tavolo del ministro le controproposte "europeiste" del CNA al decreto Karrer, già bocciato da Monti, e il sudato sì della Camera agli emendamenti alla Merloni ter, che ora passa al Senato. Pesante sia perché il passo successivo della Commissione europea, salva la risposta che il Governo dovrà formulare entro due mesi, potrebbe essere il rinvio alla Corte dell'Unione, sia perché il busillis dei concorsi di progettazione, già esploso con il Dpcm 116/97, è tuttora uno dei punti controversi di una legge che tuttavia, come ha ricordato il sottosegretario Bargone, "non si tocca". Ai posteri. Non sono il solo ad essere fiducioso che il problema possa essere risolto in sede definitiva entro quest'anno dalla nuova legge quadro e dal suo regolamento di attuazione.
La nuova stagione dell'architettura in Italia ha bisogno di regole certe, di chiarezza, di semplificazione. Per quanto ondivago sul problema della gestione della rete stradale nazionale, ansiogeno sulla riforma delle categorie ANC, modesto nell'incentivazione alla prevenzione antisismica (solo il 10% dell'IVA, tranne nei comuni terremotati), questo governo sta cercando faticosamente di mettere un puntello alla spaventosa congerie di leggi, leggine, decreti, regolamenti e quant'altro legata al mondo delle costruzioni e degli interventi sul nostro patrimonio edificato. Non facile. Ma se Prodi è il Caronte di questo traghettamento (come si usa dire oggi), gli architetti non vogliono essere le anime in pena a mollo nello Stige: a forza di botte di remo in testa, stanno cominciando a capire che devono farsi sentire prima che il fragile legno tocchi Costa (richiedo venia).
Un concetto importante sembra stia finalmente affermandosi: a tre anni dal sorpasso, in termini economici, delle opere di intervento sull'esistente rispetto alle opere di nuova costruzione, è necessario riordinare la materia tenendo finalmente conto delle peculiari caratteristiche di questo mercato, dei particolari magisteri richiesti in termini di progettualità, capacità tecnica e corpo normativo. Un esempio? Gli eventi sismici dell'84 in Italia centrale e quelli del '97 hanno evidenziato la necessità di potenziare e raffinare la categoria di intervento del miglioramento piuttosto che dell'adeguamento, quest'ultimo più adatto alle nuove costruzioni, superando la carenza di verificabilità numeriche con un miglioramento sostanziale del progetto e delle opere. La strada è appena tracciata, anche perché è l'intero sistema che va modificato, dalle filiere decisionali alla formazione dei tecnici, dai riferimenti normativi al regime fiscale, dalla filosofia di intervento agli accordi sulle priorità di valore. È necessario puntualizzare e rendere cogenti al più presto le norme e i codici indispensabili in questo settore (che non è più il figlio bello del settore nuove costruzioni) e fin qui spesso solo indicativi, per passare dal livello volontaristico-elitario a quello di prassi, e bisogna identificare i capitoli di spesa relativi per incentivare le nuove responsabilità e i nuovi impegni.
Del resto, se pure ancora timidamente nelle università, spesso "marchiate" dall'impronta di scuola di chi vi insegna, già negli ambienti professionali comincia ormai a farsi strada la consapevolezza della necessità di un superamento delle vecchie polemiche fra fautori del restauro (creativo, tipologico, preventivo, postumo, critico, critico-conservativo…) e della conservazione (critica, passiva, integrata…). L'urgenza delle cose da fare va temperata con la valutazione delle esperienze fatte, ma non basta: gli architetti devono riqualificarsi per potere tornare a rivestire quel ruolo di catalizzatori cui sembrano avere rinunciato da tempo. Le nuove esigenze di mercato richiedono oggi l'introduzione di professionalità nuove, in grado di gestire la complessità delle scelte finalizzate agli interventi sull'esistente. In fondo è la vecchia idea della centralità del progetto: non era morta, si sta trasformando ampliandosi in ogni direzione. Molte progettualità convergono a un centro che però non è ancora ben individuato, perché noi architetti, intendo la sterminata folla degli architetti, abbiamo perso sia la sapienza, la conoscenza profonda della realtà complessa di ogni edificio e dell'ambiente in cui viviamo, persino la curiosità, sia l'autorevolezza o il credito necessari a incidere concretamente nell'elaborazione delle scelte fondamentali. E ci arrabattiamo troppo spesso in dispute da accademia, respinti ai margini del processo di trasformazione del mondo, senza molta voce in capitolo.
Vorrei che la nuova stagione dell'architettura non fosse fatta solo di norme, di codici, di incentivi fiscali, di raffinatezze tecnologiche, ma anche, semplicemente, di amore; e di rispetto. Il nostro, consentitemelo, non è un mestiere come tutti gli altri: la nostra professionalità è fatta anche di qualcosa che non può essere contabilizzato, quantificato in tabelle e percentuali, e che spesso non viene pagato. Ma in fondo chissà, dopo la nebbia a volte viene il sole.
Merloni ter, Cusani che?
R&C n. 24
Fa discutere la proposta che il Gruppo di Lavoro del carcere milanese di San Vittore ha inviato alle Autorità costituite (quasi tutte) e alla pubblica opinione dalle pagine del Corriere della Sera di venerdì 6 novembre. Viene da chiedersi se la discussione nasca più dall'esame del merito della proposta o dal fatto che tra i firmatari figuri anche un tal Sergio Cusani, che alcuni, forse, ancora ricollegano alla stagione di Mani Pulite. Cusani, che ha sempre rifiutato la paternità esclusiva della proposta, paga tuttavia il prezzo di una notorietà imbarazzante, non tanto per lui quanto per tutti coloro che hanno operato nella (cosiddetta) Prima Repubblica e che oggi, nella (cosiddetta) Seconda Repubblica, operano lo stesso ma stanno un po' più attenti.
In breve, qual è la proposta? Un progetto che — cito testualmente — "contiene spunti e riflessioni utili per una proposta di legge volta al recupero e al regolare stabile reinserimento del detenuto nel tessuto sociale e produttivo". Come? Utilizzando i detenuti per il recupero di quei Beni Pubblici "residuali" in abbandono, di proprietà dello Stato o di Enti Locali, destinati, proprio per la loro marginalità, al degrado o "all'alienazione a prezzo vile a favore della speculazione privata". Ai detenuti, che lavorerebbero in un'ottica anche risarcitoria nei confronti della collettività, e che potrebbero essere affiancati da "altri soggetti liberi appartenenti comunque alle fasce deboli", verrebbe corrisposto un salario minimo ma garantito. Da qui, fra l'altro, le critiche di quanti paventano ora l'instaurarsi di un regime di concorrenza sleale in un mercato del lavoro già ampiamente in crisi, ora l'insorgere di una sorta di corsa al reato fra le legioni dei disoccupati del nostro Paese, ansiosi di potere usufruire di concrete opportunità di lavoro. Al di là del giudizio sull'uomo Cusani, che esula da questo tema, a me il progetto sembra interessante e meritevole di attenzione. Dovrà certo essere precisato e approfondito: andranno ad esempio puntualizzati i parametri che definiscano la "residualità" e la "marginalità" di ambiti di lavoro in rapida evoluzione soprattutto dopo l'approvazione della Merloni ter, la quale sembra indicare nuovi nodi e modi attraverso cui organizzare il rapporto fra domanda e offerta di competenza tecnica in edilizia. Nel nuovo scenario configurato dalla svolta culturale che dovrebbe essere rappresentata dalla 109, realtà professionali e imprenditoriali si trovano in qualche modo serrati nel ritmo (come il Prometeo eschileo) della necessità di rispondere con prontezza ai nuovi imperativi categorici dell'efficienza, dell'investimento finalizzato e produttivo, della qualità del servizio reso alla collettività. Il che, nell'Italia di Malpensa e Ocalan, è tutto dire.
Mi sembra che la proposta avanzata dal Gruppo di Lavoro del carcere di San Vittore si muova in questa direzione con il pregio della ragionevolezza, e della concretezza. Del resto, avendo per oggetto Beni marginali e dimenticati, la proposta mi piace anche perché si dimostra vicina alla linea che cerchiamo di tracciare su R&C. Se sperimentassimo questa ipotesi fra i terremotati dell'Umbria, dell'Abruzzo e delle Marche, che ancora battono i denti nei container coperti di neve? Il che fa molto presepio, per alcuni; ma non per loro. Il natale è alle porte. Nutro qualche perplessità sulla possibilità reale, per lo Stato e per gli Enti Locali tirati in causa, di sostenere il peso economico e politico di tali iniziative, ma ritengo valga la pena considerare con attenzione e rispetto la possibilità, sempre denunciata e sempre sottovalutata, di utilizzare lo sterminato patrimonio culturale italiano come occasione e risorsa non solo di lavoro, ma anche di riscatto sociale. E non come spunto per demagogie senza sbocco come è successo ad esempio in Sicilia, dove il deficit della Regione ha toccato i 4300 miliardi di lire. Servono iniziative concrete, di cui sia verificabile il ritorno in tempi medi. Servono progetti, professionalità (varie) e serietà (tanta). Serve anche una legge, che traduca in realtà lo spunto di riflessione offerto dai detenuti milanesi. Considerato il tempo necessario all'approvazione della nuova legge quadro, c'è da sperare che non ci tocchi un'attesa ergastolana.
Sinfonia d'inverno
R&C — numero da verificare
Il finale della Terza Sinfonia di Mahler, forse la più perfetta rappresentazione sonora degli ultimi versi della Divina Commedia, è un movimento lento dove il tema innodico in modo maggiore e quello più doloroso in modo minore contrastano con vigore espressivo crescente fino all'accordo finale, quando i cieli si aprono e la visione di Dio = Amore investe con la sua luce abbagliante l'uomo che ha sollevato lo sguardo dalla dolorosa fatica della sua esistenza.
Allo stesso modo, 102 anni dopo la composizione della Terza, la bozza del nuovo Regolamento Edilizio della città di Milano, che il sindaco Albertini ha presentato il 27 gennaio, confermando le promesse liberali della campagna elettorale, configura in 89 pagine una vera e propria rivoluzione nell'ambito delle norme che regolano gli interventi sul territorio, con un vigore innovativo che cerca di comporre in unità (finalmente illuminante) i molti motivi legislativi, eterogenei e spesso contrastanti, accumulatisi negli ultimi anni a livello nazionale.
Non è questo il luogo per una disamina tecnica dello spartito normativo, che è una bozza e in quanto tale dovrà superare l'esame degli ordini professionali (esistono ancora) e delle categorie sociali — e anche del Coreco. L'assunto alla base del documento è l'acquisita inutilità del PRG, strumento concettualmente vecchio e incapace di gestire efficacemente le trasformazioni urbane. La questione è: se il PRG ha esaurito la sua funzione per antonomasia regolatrice, sarà necessario individuare comunque gli indirizzi che tradurranno, nelle sedi delle decisioni operative, le strategie di gestione della città. Ammesso di averne, di strategie: ma credo che, come in questo caso, i governi locali possano efficacemente colmare i molti vuoti del governo centrale, e fare da modello. Al di là di questo, le novità sono molte e importanti anche per quanto riguarda la regolamentazione degli interventi sul costruito: dal mantenimento delle volumetrie alla razionalizzazione della Slp, dalla promozione dei parcheggi e della manutenzione straordinaria (in deroga ai limiti della L. 457/78) all'applicabilità della Dia anche agli immobili vincolati — previa autorizzazione, dal limite massimo di 85 giorni per il rilascio della concessione edilizia alla revisione della stessa Commissione edilizia, ridotta a poco più di un terzo anche per limitarne il carattere politico (vorrei dire partitico). Insomma, si cambia musica? Vedremo. Dalla giunta di Milano ci aspettiamo coraggio per i grandi progetti (penso soprattutto alle molte aree industriali dismesse) e per la definizione urgente delle strategie globali di intervento sulla città. Sperando che il movimento finale, in questo caso, non sia troppo Langsam (lento).
Il progetto della memoria
R&C n. 25 — ultimo editoriale, commiato dalla direzione
Caro lettore, non so se capita anche a te: sei coinvolto in una discussione su qualcosa che abbia a che vedere con l'arte o la cultura, con il restauro, con le tradizioni italiche o quant'altro — e in Italia ci si ritrova spesso e quasi per caso, qualsiasi sia l'argomento di partenza, come la disoccupazione o gli immigrati — e il tuo interlocutore se ne esce d'un tratto con la frase fatta che In Italia abbiamo circa il 60% dei Beni Culturali del mondo intero!. In genere il personaggio in questione, uomo, o donna o altro che sia, accompagna la frase con l'espressione ammiccante di chi sa e sa di essere compreso, e con un lieve sorriso che non disdegna il contrappunto di un sapido inarcamento delle sopracciglia, ciò che intende conferire alla fronte vanamente corrusca una qualche nobile ombra di fiera malinconia. Fiero e teatrale, come contasse lamentosamente gli zeri del suo esagerato conto in banca minato da tasse, ladri et similia, o piegasse virilmente la schiena sotto il peso secolare della polvere di tutti i libri che non ha letto, o tirasse le somme di tutti i sogni e di tutti i pensieri che non ha fatto, il personaggio spesso ama scandire le sillabe cantilenanti della sua frase amatissima dondolando lievemente la testa e guardandoti professoralmente dal basso in alto (cosa che con me disgraziatamente non riesce molto, visto il mio metro e 70tre).
Come diceva Roland Barthes, certe scene si mettono da subito in posizione di ricordo; nascono, per così dire, all'imperfetto. Così, quando mi capita di assistere a scene come quella su cui ho scherzato prima, il sangue comincia a ribollire e vorrei poterle cancellare di colpo, svegliarmi come da un incubo kafkiano. Dire che l'Italia possiede il 60% dei Beni Culturali dell'Umanità, al di là del chiedersi cosa sia stato omesso in questo slogan percentuale e chi l'abbia coniato, non è qualcosa di cui pascersi compiaciuti, è qualcosa di terrorizzante, perché l'Italia da sola non può assicurarne il trasferimento al futuro. Il patrimonio di cultura di cui siamo eredi e distratti custodi a beneficio (speriamo) delle generazioni future costituisce una sfida gigantesca per il carico di responsabilità che esso comporta. Le nuove generazioni, lasciate sole, conoscono più spesso un tal Gates che un tal Bramante, e forse non sono mai entrati a S.Maria presso S. Satiro anche se abitano dietro S. Babila (questo vale a Milano come in ogni altra città). Lo squilibrio demografico e di risorse del pianeta porterà inevitabilmente all'invasione del mondo occidentale da parte dei paria della terra, una realtà con cui dovremo fare i conti: l'Italia del futuro sarà nera e islamica o riusciremo a essere realmente "multiculturali"? Come potremo riuscirci? L'invasione, giusta o logica com'è, è appena cominciata. Dipende da tutti noi: qui non sono semplicemente in gioco i restauri, in più o in meno, di un quadro o di un portale. Ciò che è in gioco è la nostra memoria, la memoria dell'umanità, intendo, che è fatta di tante memorie parziali e locali, in una scommessa che considero una grave emergenza, ancora più grave per la superficialità con cui troppo spesso si valuta l'apparente sovrabbondanza di testimonianze che ci circonda. La memoria va progettata, entro certi limiti: caro lettore che leggi queste righe, quanti altri libri potrai leggere nella tua vita, quante musiche potrai ascoltare, quante cose potrai conoscere prima di morire? Non molto, comunque non tutto. E allora devi (dobbiamo) scegliere, ogni volta, fra oblio e memoria. È — anche se non solo — un problema di scala.
Io comincio a semplificarTi la vita, perché questo è l'ultimo editoriale che scrivo per Recupero & Conservazione. Lascio la direzione editoriale di una rivista che ho visto nascere, che ho contribuito, nel mio piccolo, a far crescere e a cui auguro lunga e prosperosa vita. Ho cominciato nell'estate del '94, proponendo a De Lettera il progetto editoriale, e ho fatto ciò che potevo; certo si sarebbe potuto fare di più e di meglio, e credo lo si farà in futuro. Abbiamo percorso un po' di strada insieme. Il mio ringraziamento va innanzitutto a quanti hanno collaborato con me in questi anni. Ma io ringrazio anche te, caro lettore, e ti saluto. Ora, è tempo di girare pagina.