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«Area» n. 21 · 1995

Il progetto della memoria

Le superfici dell’architettura fra conservazione, restauro e progetto del nuovo

L’argomento è di moda. Oggi, però, il grande tema del nostro rapporto con le superfici dell’architettura è anche di drammatica attualità. Il buon senso e le previsioni degli istituti di ricerca specializzati concordano nell’attribuire al recupero dell’esistente una quota di mercato sempre maggiore nei prossimi 15-20 anni, fino al 75-80% del mercato complessivo dell’edilizia.

Questo comporterà naturalmente una esplosione della domanda e la massiva conversione, peraltro già in atto, di molte imprese e realtà professionali “incolte” al nuovo mercato del recupero. Con quali risultati sul - già provato - paesaggio italiano? L’esperienza legittima a immaginare il peggio, ma io sono convinto che il “peggio” individui una prospettiva oggi alquanto improbabile. Perché? Al di là delle facili ironie, è opinione comune fra gli osservatori che la domanda di qualità costituisca un parametro essenziale delle nuove dinamiche di mercato. Detto in altri termini, chi non sarà all’altezza sarà tagliato fuori. Inoltre, la nuova consapevolezza del valore del nostro ambiente costruito comincia a costituirsi come patrimonio culturale diffuso fra la popolazione e nelle stesse amministrazioni pubbliche. Accanto al ciclo vichiano dei condoni edilizi, ineluttabili come una cometa ma assai più nefasti, assistiamo negli ultimi anni al fiorire sempre più intenso di iniziative volte a regolamentare e disciplinare gli interventi sul territorio. Sono in particolare proprio le superfici dell’architettura a essere oggetto di studi e concioni di scuola: dopo il Piano del Colore di Torino (coordinato in origine - 1979 -da G.Brino con G.Tagliasacchi e R.Zanetta, portato avanti da questi ultimi come Progetto del Colore dal 1985 ad oggi e di imminente pubblicazione), altri sono seguiti e molti stanno nascendo negli ultimi tempi. Ora è tempo di “fare”, di sporcarci le mani con la calce, anche di rischiare, e di rendere universalmente recepibili i termini di una “attività” che, come la poesia voluta da Lautreamont, deve essere necessariamente “fatta attraverso” tutti. Non possiamo più evitare il problema, questa è la vera sfida dei prossimi anni. La cultura della qualità che deve informare il nostro lavoro è soprattutto umiltà. Rischiamo tutti di scivolare in quell’incapacità di distinguere oggetti e processi naturali da manufatti e acquisizioni culturali con cui Ortega y Gasset identificava il suo “uomo-massa”. Non possiamo, non dobbiamo dare niente per scontato. Ma dobbiamo, possiamo sopportare la responsabilità della scelta che ci compete come uomini di questo tempo - di ogni tempo. La “metamorfosi della continuità” è del resto la figura e il senso della peculiare evoluzione dell’ambiente urbano. Sono proprio le superfici dell’architettura a registrarne prioritariamente il mutamento. Sebbene non ne risolvano la complessità spaziale, topologica e semantica, infatti, le superfici intonacate, in laterizio o in pietra dell’architettura e dei luoghi urbani descrivono, come quinte teatrali, l’ambiente, lo “sfondo” della nostra vita. Ci aggiriamo per le nostre città e nei nostri paesi senza quasi guardare questi silenziosi compagni di viaggio, che pure, nella maggioranza dei casi, erano qui prima di noi, e ci saranno anche dopo la nostra morte. Questo è il privilegio, ma anche la “maledizione”, dell’architettura: le stesse case subiranno l’eco di passi che non sono i nostri, la carezza di mani che non sono ancora nate. Mentre i selciati dormono sotto coltri di asfalto, la patina del tempo e la corrosione dell’aria e dell’acqua segnano i nostri corpi e quelli delle case, delle chiese, dei municipi. Ci muoviamo lungo le strade e nelle piazze come dentro gole e valli aperte fra le colline artificiali che ci ospitano temporaneamente, tracciati di un labirinto di cui per troppo tempo abbiamo smarrito la chiave.

Come ognuno di noi è diverso dall’altro, per bagaglio genetico e carattere, per le storie e i sogni che ha dentro, così ogni luogo di questa terra ha sviluppato nel tempo un “sapore” peculiare e unico. Mutano nel tempo, ma anche nello spazio, l’orografia, la luce, il clima, i materiali disponibili, la cultura degli uomini che lo hanno faticosamente plasmato a loro immagine. Il riconoscimento diffuso del valore di questa puntuale peculiarità d’accenti è conquista alquanto recente (anzi tardiva: lo scempio del territorio e dei luoghi urbani è sotto gli occhi di tutti). Ma l’irrigidimento burocratico dei principi brandiani ha sottolineato l’incapacità della città contemporanea di misurarsi “alla pari” con i tessuti storici abbandonati al suo interno: di comprenderli, e di mantenerli in vita. Insomma, la necrofilia incombe. I “cadaveri” fronti della città storica, soprattutto i paramenti superficiali detti “di sacrificio”, a più riprese intonacati o tinti, sono stati riportati in luce, sezionati ed esposti come trofei da una dotta cultura forte solo del proprio “pensiero debole” e avida di immagine e di riconoscibilità. Nello stesso modo, la città nuova e le periferie, ma anche la gran parte dei tessuti storici, sono state abbandonate con sufficienza al limbo del “purtroppo oggi va così” e dell’incultura. Come uscire dal labirinto delle aporie inestricabili che oppongono, anche negli interventi sulle superfici dell’architettura, “conservazione” a “trasformazione”? Io credo che la risposta vada cercata fra le pieghe complesse della nozione di ambiente e, in particolare, di ambiente urbano. La riflessione sulle superfici dell’architettura, non diversamente da quella sull’architettura nella sua complessità, deve essere multidisciplinare e pragmatica. Deve coinvolgere conoscenze e considerazioni sul colore e sui materiali delle superfici, certo, ma anche sul contesto, sull’uso della luce artificiale (come di quella naturale), sulle insegne dei negozi, sul verde, sul cosiddetto arredo urbano - e sarebbe ormai tempo di lasciarci alle spalle questa vecchia ed erronea definizione -; deve riscoprire ed elaborare una sensibilità al progetto dell’ambiente artificiale (urbano e no) che non può essere semplicisticamente e riduttivamente derivata dalle scuole di composizione architettonica, ma deve nutrirsi di storia, di scienza, del rapporto diretto e concreto con gli operatori amministrativi (comuni, province, regioni) e tecnici (imprese, aziende produttrici) del settore alla luce di una sensibilità architettonica colta e attenta. In questo senso appare significativa la vicenda del Piano del Colore di Torino (riformulato come Progetto del Colore nel 1985 e di imminente pubblicazione), che introduce numerose novità nel dibattito sulle superfici urbane. Va detto che il suo successo è legato, almeno all’inizio, anche al concorso di una serie di circostanze fortunate. Così, l’assenza di una qualsiasi normativa di riferimento all’approvazione delle varianti al PRG del ‘59 (soprattutto gli articoli 31 bis e 31 ter) con le quali si qualificavano gli interventi di coloritura esterna come opere di manutenzione straordinaria soggette a concessione, ha trovato nella riscoperta delle puntigliose prescrizioni cromatiche ottocentesche, avvenuta nel corso di una tesi di laurea su “I colori di Torino”, l’occasione per una concreta sperimentazione “sul campo”. Con risultati clamorosi: ad esempio, che la città storica era colorata. Altro che Torino città grigia, altro che conformismo cromatico. Piuttosto, una evoluzione del gusto e della cultura ambientale. L’esperienza di migliaia di cantieri di restauro e ricoloritura controllati direttamente dall’amministrazione comunale ha consentito di verificare e mettere a punto nel tempo criteri e norme, superando ad esempio l’eccessiva rigidità del riferimento archivistico iniziale. Ai colori discreti della prima metà dell’ottocento, in voga dopo la dominazione francese, si sono così aggiunti quelli della Torino barocca, come lo sfuggente “color zucca rossa tagliata di fresco”, mentre anche la visione dell’ambiente urbano si modificava, superando definitivamente l’atrofia anodina di una patina ormai introiettata culturalmente. Se ne comprendevano meglio i limiti dell’interpretazione accademica, che veniva fatta dialogare con le dinamiche di mercato e con gli esiti delle ricerche legate all’elaborazione progressiva di una cangiante “armonia ambientale”. Un edificio tinteggiato in origine con un colore chiaro perché prospiciente su una via angusta e poco luminosa deve essere necessariamente lasciato dello stesso colore nel caso l’eliminazione di brani di tessuto adiacente abbia trasformato la via in una piazza, con un colore medio più scuro? Quali materiali possono essere utilizzati al posto delle calci tradizionali e delle tinte a base di terre, relativamente delicate in ambiente urbano e di non facile applicazione? Si comprende così come la redazione di quello che poi si è concretizzato nel Progetto Colore di G.Tagliasacchi e R.Zanetta per la città di Torino presuma una riflessione ben più complessa di quella, pur necessaria, legata ad esempio all’interpretazione stratigrafica di un intonaco colorato. L’analisi compilativa di dati asetticamente quantificabili deve essere accompagnata dall’esercizio della capacità critica e dell’intuito della “forma” anche simbolica della città. La recente reinterpretazione cromatica e sonora di “Metropolis” di Fritz Lang diventa, secondo una bella immagine di G.Tagliasacchi, metafora di questa “adattabilità” del nostro ambiente artificiale in funzione della temperie culturale contemporanea. Il nostro è un mondo a colori, come sembrano ricordarci anche le sperimentazioni coloristiche di J.Tornquist e dello studio A.I. Torino per “umanizzare” certa periferia del capoluogo piemontese. Il nostro “progetto della memoria” deve muoversi nello spessore liquido della vita, non sguazzare in superficie. È necessario pertanto ricucire consapevolmente il tessuto complesso delle relazioni e degli esiti culturali che ci legano al nostro ambiente. La nuova sfida sarà il progetto “compatibile”. Io sono ottimista.

Didascalie

Torino, Piazza delle Erbe (oggi piazza Palazzo di Città), litografia a colori di M.Nicolosino, 1820.

Torino, c.so Tortona, 4. Edificio del 1906. Intervento realizzato nel 1982 dalla ditta Russello.

Torino, c.so Moncalieri, 23. Edificio del 1930, intervento realizzato nel 1981 dalla ditta Aquilino.

Torino, c.so Re Umberto, 42. Edificio del 1880 sopraelevato nel 1963. Intervento realizzato nel 1982 dalla ditta Rossi & C.

Nichelino (Torino), case popolari. Intervento del 1981 dello studio A.I. Torino.