Archivio
Tre testi scritti al liceo scientifico di Agrigento, tra il 1977 e il 1980. Più la tesina di maturità, che in parte li contiene.
II anno · 1977
Tema vincitore del Concorso letterario nazionale indetto dal Ministero della Pubblica Istruzione, 1977. La professoressa di italiano non aveva voluto farlo partecipare: il concorso era riservato al triennio, lui era al biennio. Il professore di disegno lo fece scrivere di nascosto, in aula. Con i soldi della vincita comprò un acquario da 550 litri e la migliore enciclopedia della scienza e della tecnica dell'epoca. Il testo si chiude con un'esortazione rivolta «ai giovani» — scritto da un ragazzo di sedici anni che evidentemente non si ci includeva.
Motivazione della giuria
L'intelligente, raffinata e sensibile elaborazione della ricerca individua, con garbo, sobrietà e immaginazione lirica, i temi del concorso, che diventano — in questo caso — spunto ed occasione per una corretta rielaborazione personale, originalmente rivissuta, in cui la città di Agrigento con la sua storia ed i suoi monumenti è proposta come simbolo eterno di un divenire in cui la civiltà affidata al segno dei templi dorici si perpetua — nella ricerca del concorrente — in un gioco sottile e acuto di corrispondenze quotidiane e geniali, semplici e raffinate.
Agrigento, l'erede della città che Pindaro definì «la più bella delle dimore mortali», sorge sulla sommità di due colli, chiusi sui fianchi dalle profonde incisioni dei torrenti Drago e San Biagio (corrispondenti agli antichi Hypsas ed Akragas) e si affaccia sulla Valle dei Templi, offrendo un'ampia vista sul mare.
Chi vi giunge in auto, attraverso una strada che si snoda serpeggiando nella luce intensa ed abbagliante, tra il giallo monotono delle stoppie e l'ocra dell'argilla, non può non rimanere colpito da questa policroma raffigurazione di miseria dalla vegetazione rinsecchita in cui spiccano le grandi opuzie dai fiori appariscenti e dai frutti carnosi e gli acuminati cespugli dell'aloe, immobili nel soffio caldo dello scirocco e del favonio.
Tutto fa ricordare la vicina Africa: africana è la natura e la forma del suolo, africano è il fuoco dell'estate, l'aridità del paesaggio, gli sbalzi di temperatura fra l'una e l'altra ora del giorno. L'estrema permeabilità dei terreni calcarei contribuisce ad evidenziare l'aridità sterile di quelle terre assolate, e mentre l'auto fende l'afa quasi palpabile che il vento appiccica sui visi, l'occhio corre sui campi abbandonati, sugli alberi stenti e assetati, e l'opprimente mestizia che si prova a quella vista scompare solo quando, dopo una breve sinuosa arrancata della provinciale su per il crinale che ospita parte della città nuova, si giunge ad Agrigento.
La calura sembra ora attenuarsi un poco (religiosa illusione dell'inconscio) e si respira un'atmosfera nuova, strana, diversa, che nonostante i suoni e i rumori propri di una città in via di sviluppo, sembra preludio alle meraviglie di quel lembo di passato proiettato nel futuro che costituisce la principale attrattiva del capoluogo agrigentino e che è meta di turisti, di studiosi ed amatori provenienti da ogni parte del mondo.
Continuando a seguire la strada, ora erta e lastricata, ci si addentra nel groviglio ombroso della città vecchia, che conserva il tracciato viario del borgo medievale, e si giunge al belvedere. Da qui la vista può spaziare sul vasto luminoso paesaggio (meglio se a pagamento, attraverso i cannocchiali appositamente posizionati). La natura argillosa del terreno permette ora il prosperare abbastanza rigoglioso della vegetazione, e i vigneti si alternano ai palmeti e ai campi di primizie, mentre i mandorli in fiore formano macchie di colore frementi alla brezza marina e permeano tutta la vallata del loro dolcissimo profumo. In questa verde cornice la mistica e ancor possente mole dei templi greci risalta assumendo un fascino magico e oscuro, e il rantolare sordo e lontano delle onde evoca alla mente grandiose immagini di un passato felice, l'infrangersi delle onde sulla spiaggia diventa quindi motivo di meditazione e pretesto per spaziare con gli occhi fantastici della fantasia e del Sentimento oltre la realtà fisica della materia, ai fini del raggiungimento dei livelli più alti dell'essere, in quanto tale.
Così come nel carme leopardiano de L'infinito, anche qui l'osservazione di elementi paesaggistici offre lo spunto ad una considerazione della realtà metafisica dell'interiore, in cui l'angoscia dell'infinito, che l'uomo ha provato sin dalla prima volta che alzò lo sguardo verso il cielo stellato, si esplica sotto forma di un contenuto inconscio. Angoscia, provocata da concetti come infinito, eterno, illimitato, universale, che muove dalla constatazione della caducità effimera della materia e della vita e che affiora nell'animo come impressione quasi istintiva, fantasma di una realtà trascendente, proiezione della poesia terribile della vita.
Tutta questa «digressione» è frutto di una riflessione che lo studio e l'esperienza personale hanno contribuito ad elaborare trasformandola, da analisi psicologica di certi momenti, di certe sensazioni o pensieri, ora in sfogo catartico, ora quasi in regola di vita.
Ma a questo punto giova ricordare brevemente i momenti principali della storia di Agrigento.
La fondazione della città si fa generalmente risalire alla cinquantesima Olimpiade (582–580 a.C.), quando cioè, da parte dei coloni di Gela venne fondata Akragas, in un luogo in cui aveva già avuto sede un borgo siculo che presentava una solida fortificazione naturale. Infatti, la località in cui sorse Agrigento si trovava non lontana dalla costa, ma abbastanza distante da essa per potere essere agevolmente difesa da incursioni dal mare, e, per di più, era cinta sui fianchi da due torrenti che costituivano dei sicuri baluardi naturali.
Dopo qualche decennio dalla fondazione si impadronì del potere il leggendario e crudele tiranno Falaride, noto soprattutto per il toro di bronzo entro il quale, secondo la leggenda, egli era solito far rinchiudere i suoi nemici, godendo poi dei muggiti che il toro emetteva per le urla dei malcapitati che dentro vi venivano arrostiti a fuoco lento. Probabilmente tale «rito» crudele ha qualche riferimento col culto orientale del dio Moloch ma, per quanto riguarda il toro di bronzo, la storiografia più recente lo ha dichiarato nient'altro che un'innocua statua simbolica del dio del fiume Akragas o del fiume Gela trasportata successivamente a Cartagine da coloro che avevano saccheggiato la città. In realtà sotto Falaride Agrigento, oltre a rendersi indipendente da Gela, crebbe notevolmente ed allargò i confini del proprio dominio. Ma il periodo di maggiore floridezza per la città ebbe inizio con la dominazione di Terone (488–473 a.C.) il quale, per mezzo della sua alleanza col genero Gelone di Siracusa e, più ancora, grazie all'espulsione da Imera del despota Terillo e all'annessione di questa città alla propria signoria, estese e consolidò il dominio di Agrigento e abbellì la città di numerosi edifici. Infatti, dopo la grande vittoria di Imera (480 a.C.) i numerosi prigionieri cartaginesi furono utilizzati come schiavi nella coltivazione del vasto e fertile territorio agrigentino e nella costruzione di imponenti opere pubbliche nella città. Alla morte di Terone il potere passò a suo figlio Trasideo, che però fu un paio d'anni più tardi cacciato dalla città, e venne proclamata una forma di governo democratica, con un consiglio di mille membri eletti ogni tre anni attraverso un suffragio popolare. Tale forma di governo durò per più di sessant'anni, fino all'invasione cartaginese del 406 a.C.
Fu istituito un intenso traffico commerciale con i Cartaginesi, ai quali venivano venduti in gran quantità i prodotti agricoli del fertile territorio circostante in cambio dei bellissimi ori ed avori della Libia, di cui gli agrigentini arricchirono i nuovi edifici e i grandiosi templi che andavano costruendo. Anche in occasione della grande spedizione ateniese del 415 a.C. Agrigento si mantenne neutrale e in questo clima di pace raggiunse un tal grado di potenza, ricchezza e bellezza, che Pindaro la definì «amica del fasto» e «la più bella città dei mortali». Ma la grandiosa città, i cui abitanti prediligevano i piaceri e le arti, mentre trascuravano l'arte delle armi, non riuscì a resistere con il suo esercito di mercenari all'assedio del cartaginese Annibale che nel 406, dopo otto mesi di assedio, la prese e, dopo averla saccheggiata, la incendiò. Agrigento risorse qualche anno dopo sotto Timoleone, il quale nel 340 a.C. aveva vinto i Cartaginesi. Egli venne considerato il secondo fondatore della città, ma poiché si trattava di un siracusano ciò non fece che sancire la supremazia di Siracusa sulle colonie greche della Sicilia.
Agrigento cadde una prima volta sotto i Romani nel 242, poi, dopo essere stata (nel 255) nuovamente conquistata dai Cartaginesi, fu definitivamente assoggettata dai Romani nel 210 a.C.
La città, che secondo quanto riferisce Diodoro Siculo, prima della distruzione operata dai cartaginesi contava oltre duecentomila abitanti (secondo altri scrittori antichi sarebbero stati addirittura ottocentomila) ne aveva ora meno di cinquantamila, di cui circa la metà vennero venduti come schiavi.
Sotto i Romani Akragas, divenuta Agrigentum, rimase una città senza molta importanza e decadde maggiormente sotto il dominio bizantino. D'ora in poi le vicende storiche della città si confonderanno peraltro con quelle di tutta l'isola, ed Agrigento perderà definitivamente quell'aurea di grandiosità e predominio assunta nel periodo greco.
Occupato nell'827 dagli Arabi, riebbe un certo rilievo quando questi ne fecero, insieme con Mazara, il più importante centro della Sicilia meridionale. La città, che i musulmani avevano fortificato sull'acropoli, chiamandola Gergent — da cui l'italiano Girgenti — oppose una durissima resistenza ai Normanni, tanto che, quando nel 1087 si arrese, la sua popolazione era ridotta a un punto tale da cibarsi di carogne.
Anche sotto i Normanni, durante il cui dominio la città divenne sede di una fra le più importanti diocesi della Sicilia, la maggioranza della popolazione era costituita da Saraceni, che furono però costretti a rifugiarsi nell'interno dopo la sollevazione contro Tancredi. Erano inoltre presenti una comunità greca ed una di latini, entrambe costituite prevalentemente da proprietari terrieri, mentre nella piccola comunità ebrea prevalevano i commercianti.
Nei secoli successivi il numero degli abitanti andò diminuendo in misura considerevole, tanto che all'inizio del Seicento era soltanto di diecimila, saliti ad appena quindicimila nel primo Ottocento. Questi si accrebbero di poche migliaia nei secoli successivi, così che, ancora nel 1951, la città contava solo trentaquattromila abitanti. Lo sviluppo maggiore si è avuto quindi nell'ultimo ventennio, grazie soprattutto all'ingente stanziamento di fondi, da parte della Cassa per il Mezzogiorno, utilizzati per il potenziamento dell'industria turistica, ed allo spopolamento delle campagne con il conseguente notevole accentuarsi dell'accentramento urbano.
Oggi l'economia del capoluogo agrigentino è basata, oltre che sulla trasformazione e sul commercio dei prodotti agricoli, soprattutto su di un'intensa industria turistica e alberghiera, forte del richiamo esercitato dal notevole patrimonio artistico della città su turisti, studiosi e amatori provenienti da ogni parte del mondo.
A questo riguardo si fa riferimento, più che alle sia pur interessanti testimonianze artistiche delle varie dominazioni succedutesi ad Agrigento nel corso dei secoli, e che si conservano nella città vecchia, a quella zona di notevole valore archeologico, detta Valle dei Templi, che si estende a Sud dell'attuale città e in cui sono conservati i resti dei maggiori templi dorici della Magna Grecia.
Per quanto sia tutt'altro che recente la scoperta e la notorietà dei templi di Agrigento, un'attività di scavi sistematici ha avuto inizio solo nell'ultimo dopoguerra con l'allargamento della «zona archeologica», che attualmente comprende tutta la collina su cui sono allineati i templi, risalenti al periodo più brillante dell'età dorica.
Grazie a questi scavi sistematici è stato inoltre possibile chiarire la forma urbanistica dell'antica Agrigento nei diversi periodi della sua storia. La cinta muraria della città seguiva la cresta della collina settentrionale e, dalla «rupe Atenea» (m. 351) scendeva lungo il fianco della valle del fiume Hipsas, seguendo poi la bassa collina su cui sorgono i templi.
Le antiche rovine sono numerosissime ed abbracciano un arco di tempo che va dalla preistoria sino alla tarda età cristiana, raggiungendo il culmine nei templi greci.
Il più grande di questi è il tempio di Giove Olimpico, od Olympieion, che fu costruito a partire dal 480 a.C., dopo la vittoria di Imera, impiegando nell'erezione numerosi prigionieri cartaginesi, secondo quanto riferiscono gli scrittori antichi. La colossale costruzione non fu però mai portata a compimento. Questo tempio era l'edificio più grande dell'antichità greca, dopo l'Artemision di Efeso e il Didimeo di Mileto, entrambi però di età posteriore. Inoltre, le sue imponenti ma scarse rovine testimoniano non solo la sua grandiosità (m. 112,60 per 56,30) ma anche l'originalità delle sue strutture, uniche nell'architettura greca. Una delle più singolari particolarità del tempio è rappresentata dai «Telamoni», le colossali figure umane alte quasi otto metri che sostenevano parzialmente la trabeazione, e i cui resti giacciono ora nella polvere, trastullo di millenaria età per i bimbi e le loro giocose fantasie (il mito dei giganti riveste un ruolo fondamentale nella mitologia greca, ma è un elemento comune a tutte le più antiche civiltà della Terra: lo ritroviamo in Egitto, a Babilonia, in India, nell'America precolombiana, e l'ipotesi che essi fossero qualcosa di molto più concreto e reale di una semplice elaborazione fantastica delle più antiche cosmogonie si fa sempre più diffusa). Un poco più ad Ovest, al centro dell'area occupata dai vari edifici dedicati al culto e facenti parte del santuario delle «divinità ctonie» (VI–V a.C.), dedicato cioè alle dee della Terra, Demetra e Persefone, sorge il tempio di Castore e Polluce. Ciò che di esso rimane sono quattro colonne ad angolo che sopportano un frammento di frontone e nella loro armoniosa composizione sono diventate l'emblema di Agrigento.
Nella parte orientale si trova il tempio di Ercole o Heracleion, il più antico dei templi agrigentini, risalendo alla fine del VI sec. a.C., e del quale rimangono otto colonne rialzate, di cui quattro col capitello. In origine le colonne erano trentotto ed attorniavano un tempio periptero esastilo lungo 67 metri e largo venticinque e mezzo. Una strada alberata, fiancheggiata da giovani mandorli e da numerose tombe ellenistico-romane e cristiano-bizantine sale al bellissimo e suggestivo tempio della Concordia, considerato una delle più armoniose opere dell'architettura dorica. Il tempio, che fu eretto verso la metà del V sec. a.C. ed era originariamente rivestito di stucchi policromi, fu probabilmente il più bello dell'antica Agrigento e ci è pervenuto quasi integro, nonostante la friabilità dei materiali con cui fu costruito. Si ignora a quale divinità il tempio fosse dedicato (forse ai Dioscuri, i mitici gemelli figli di Zeus, cioè Castore e Polluce). Esso comunque sorge su un basamento a quattro scalini ed è periptero esastilo con trentaquattro colonne. Presenta una cella lunga ventotto metri e mezzo e larga nove e mezzo. Trasformata nel VII secolo dopo Cristo in chiesa cristiana, assunse allora la forma di una basilica a tre navate, conservandosi tale fino alla metà del Settecento quando il tempio fu restituito alle forme originarie. Esso è quindi una evidente prova di come la Chiesa sia sensibile al fascino dell'arte, ed operi imparzialmente per evitare che le opere dell'uomo cadano nell'oblio; come del resto accadde quando, dopo la conquista, interi templi maya, aztechi, toltechi, inca, tonnellate di gioielli vennero smantellati o fusi per costruire chiese e monete e oggetti «sacri».
A circa un chilometro di distanza, nell'angolo Sud-Est delle mura, a 120 metri d'altezza, sorge sulle balze pittoresche della collina il tempio attribuito erroneamente a Giunone. Quanto ad ampiezza il «tempio di Giunone» è di poco inferiore (m. 38,15 per 16,90) al tempio della Concordia e, come questo, è periptero esastilo ed è posto sopra una base a quattro scalini. Delle trentaquattro colonne originarie ne conserva erette venticinque, alcune delle quali sostengono ancora l'architrave.
Ai piedi della sommità su cui si trovano i principali templi sorge infine una specie di piccola costruzione, conosciuta col nome di «Tomba di Terone», mentre invece si tratta di un mausoleo risalente al primo periodo della dominazione romana.
Accade spesso che luoghi, oggetti, persone che da lontano, attraverso i libri e le cartoline, ci avevano commosso ed emozionato, una volta osservati da vicino non suscitino altro che una certa delusa indifferenza, un non so che di risentito verso un indefinito «qualcosa».
Ma l'emozione provata alla vista dei templi agrigentini, durante una visita ad alcuni parenti, ha superato ogni mia aspettativa proiettandomi in una dimensione fantastica (ero piuttosto piccolo, allora) in cui l'arte era il tramite attraverso cui si compiva l'appropriazione dell'universo da parte dell'uomo, privato ormai dell'involucro materiale che ne costituisce il corpo e ne appesantisce lo spirito, costretto a manifestarsi nello schema angusto e limitato del sensibile. Le rovine dei templi, se osservate da lontano, danno l'impressione di essere ormai parte integrante del paesaggio, naturalmente fusa con l'ambiente circostante in un rapporto di reciproca sublimazione poetica. Solo da vicino acquistano tutta la loro suggestiva imponenza, in singolare contrasto con la massa monotonamente policroma delle automobili parcheggiate al sole, le carrozzerie roventi, mediocri e terribili nel loro destino di precarietà. I templi stanno invece, immobili, con le colonne diroccate protese verso il cielo e da millenni incarnano il potere che ha l'uomo di liberarsi dalle catene repressive della sua natura per raggiungere attraverso l'arte la sublimazione di se stesso, da cui scaturisce la perfezione altrimenti negatagli. E quando l'opera dell'uomo raggiunge la perfezione e si trasforma in «classica», si contorna di un'aurea mistica che suggestiona e sembra sottrarla alla realtà.
Tra i templi di Agrigento è quello della Concordia che mi ha maggiormente colpito, forse per il suo splendido stato di conservazione. La penombra che regna all'interno dell'edificio contribuisce ad accentuare la soggezione quasi religiosa esercitata sul visitatore, il quale avanza con cautela tra quelle colonne, tra quelle mura tarlate dal tempo che incutono ancora una sorta di rispetto mistico (o di timore riverente), e badano forse inconsciamente a non turbare col benché minimo rumore il silenzio del tempio, interrotto solo dallo scattare dei flash e dal mormorio sommesso dei turisti, in cui ogni voce risulta amplificata.
Ed io correvo con la fantasia ad immaginare gli universi nascosti dietro ognuna di quelle colonne, ed insieme a me giocavano i ragazzini di Akragas, perché la sopravvivenza si identifica nel ricordo, e l'anima nell'arte.
Così come nei Sepolcri il Foscolo cantava il compito altissimo delle tombe, attraverso le quali si crea tra i trapassati e i viventi una «corrispondenza d'amorosi sensi» per la quale i morti sopravvivono quindi alla materia corrotta attraverso il ricordo, così anche i templi di Agrigento evocano alla mente immagini di un passato glorioso e sono il tramite di quella «corrispondenza» attraverso la quale gli antichi abitanti di Akragas e della Grecia continuano a vivere e ad impartirci la loro inesauribile lezione di vita; «corrispondenza» di cui il silenzio da tutti rispettato non è che la proiezione formale.
Uscendo, ti fermi un momento, abbacinato dalla luce troppo intensa ed abbagliante, socchiudi gli occhi in una smorfia molto simile a quella del dormiente svegliato bruscamente nel pieno del suo sogno più bello, e con un sorriso amaro e stiracchiato ti guardi intorno con sguardo insincero, osservando una realtà che ora pare un po' strana ed irreale. Fuori, sotto il sole inclemente, il mondo cammina di fretta; il silenzio e la pace del tempio sono ormai un ricordo già evanescente; tra i clacson nervosi delle automobili ed il lontano sferragliare stridente delle gru e delle ruspe, al lavoro tra i corpi lucidi degli operai e i mucchi di terra e pietrisco pronti per i camion, affiora la realtà cruda della Agrigento moderna, vittima delle speculazioni edilizie.
Lo sviluppo irrazionale e incontrollato dell'area urbana, le cui cause vanno ricercate anche nell'urbanesimo e nello sviluppo dell'industria turistico-alberghiera, ha infatti dato modo a costruttori privi di scrupoli di impinguare notevolmente — e con facilità — le proprie tasche con speculazioni che però, attuate con superficialità e basate spesso sull'ignoranza, hanno finito con l'essere clamorosamente smascherate e sono state per diverse settimane al centro dell'attenzione pubblica, qualche mese fa (poi l'interesse si è a poco a poco smorzato, tristissimo presagio d'anarchia e qualunquismo). Il disboscamento indiscriminato di grandi superfici, finalizzato all'erezione di villette e centri residenziali, oltre a turbare il fascino del paesaggio e a contaminare la valle dei templi nella sua integrità, in cui l'opera umana e la natura si fondono in un tutto unico e inscindibile, ne ha turbato lo stesso equilibrio «bio-geologico», causando lo sgretolamento dello strato calcareo superficiale con grande pericolo per la stabilità di vaste zone e delle stesse costruzioni sorte in seguito a tali speculazioni.
Da qui gli smottamenti, le frane, gli slittamenti del terreno con i conseguenti crolli rovinosi di numerose abitazioni, gli squarci e gli sprofondamenti di certe strade. Per cui risulta che i sopracitati scandali non sono stati — usando le parole del Manzoni — che «l'improvvisa esacerbazione d'un mal cronico», che interessa ormai ogni città in cui l'immobilismo, il clientelismo, la corruzione, la mafia s'intersecano e si fondono in un complesso di cose e di interessi che oltraggia la dignità dell'essere umano, teso in una gara assurda con se stesso e la natura, in un processo di alienazione che rischia di privarlo definitivamente d'identità.
In questo contesto i templi di Agrigento assumono un altissimo valore simbolico, e possono essere inseriti in un discorso ben più ampio.
Al di là delle barriere del tempo e dello spazio, c'è sempre un nuovo orizzonte, un'isola «non trovata», e l'arte è il tramite di una appropriazione che esclude il possesso e attraverso la quale l'uomo può giungere a vedere Dio, il quale altro non è che un'elaborazione della nostra mente, una proiezione mistica dell'infinito e del perfetto, filtrata attraverso l'imperfezione dell'uomo.
Il rantolare sordo delle onde sulla lontana spiaggia ora si smorza, sopraffatto dai rumori irriverenti della società moderna, ma il vento sembra riderci in faccia, con le urla di un gabbiano impazzito; un'onda muore sulla spiaggia dell'uomo, ma il mare del tempo non ha mai fine; sta a noi la scelta: quale uomo vogliamo personificare?
Akragas ci guarda ancora dalle pietre dei suoi templi, deturpati dagli autografi e dalle incisioni dei turisti che hanno voluto affidare alla storia la propria imbecillità: facciamo in modo che l'insegnamento della Grecia antica non vada perduto, nel nostro interesse, ed in quello dei giovani.
III anno · 1978
La professoressa di italiano e latino della terza era considerata la più preparata del liceo — e aveva una nomea feroce: voti bassi, giudizi impietosi, sorrisi rari. La classe era passata da trenta a diciassette nel passaggio dalla seconda alla terza, e quei diciassette rimasero insieme fino alla maturità. L'anno dopo, il preside tentò di fonderli con una parte di un'altra quarta: durarono una settimana, poi firmarono una petizione e ottennero un'altra docente. Al primo tema con la Milana, giocò una carta azzardata: un testo quasi in rima, il linguaggio aperto, il cuore allo scoperto. Andò bene. Fu l'inizio di un'amicizia durata fino alla sua morte.
Titolo assegnato dalla professoressa Milana: «Non lasciarti prendere dalla nausea, non sottrarti al tuo compito, non lasciarti scoraggiare dalle difficoltà, se proprio tutte le azioni non ti riescon fatte secondo i principi retti. Piuttosto, indugia alquanto e poi ritorna alla carica, assai contento se nel loro complesso le tue azioni a poco a poco si fanno più degne di un uomo.» (Marco Aurelio Imperatore)
Misuravo il sentiero, e il campo dei trifogli e il greto del fiume, inseguendo le voci, e i canti e gli odori fra i giochi di luce del bosco, inebriato di vita. E lungo sentieri e passaggi segreti scendevo alla grotta, dove l'ansa del fiume placava l'affanno dei rami divelti. Lì mi piaceva sostare, pensoso osservare la vita segreta del salice e delle pozze chiare, trapunte di stelle; gli idrometri leggeri, e gli insetti e il gambero, che usciva dalla tana — prima le antenne, come fili di fieno, poi il corpo brunito con grani di pepe —; e vago pensavo a quali pensieri avesse, e quali sogni perduti, e qual senso avesse dato alla vita.
Ora il bosco è cemento e il sentiero d'asfalto, la luce è sempre uguale, gli odori son veleni e i canti ormai lontani. Ma ancora osservo gli uomini uscire dalle tane del fato e vagare e affannarsi inseguendo qualcosa, un volto, una luce, un sogno, chissà. Sovente già ignari del proprio destino, tesi e rinchiusi entro cammini angusti, coscienti del vano; eppure arbusti, ormai travolti dal fango solitario e rapido delle loro vite.
Le nostre sono treni; si sale, si scende; senza alcun ordine, siccome tocca a ognuno. E questo nostro viaggio è pieno d'occasioni, di incontri e di sorprese, ognuna delle quali è una verifica e una prova. Sempre più spesso ci si scopre oggi a ragionare dell'inanità della vita. Sempre più spesso s'indugia alla ricerca d'un senso o d'una via. Sembra che intorno regni la violenza, e che giustizia alberghi ormai più oltre. E si ristà, colmi di ignavo scetticismo, bloccati ai bivi ed ai passaggi certi, senza più osare svellere gli sterpi e proseguire dritto. «Ai miei tempi...», la frase cela il trucco, e l'acquiescenza soffoca il rimorso; la crosta delle coscienze intossicate cade, che l'uomo sia ormai cieco? No, questa è pazzia.
La nausea incombe. Sembra che tutto ci si rivolti contro, che ogni spinta ideale si privi di sostanza, che nella polla irta di fumi ambigui decanti la coscienza. So che l'esperienza conferma le paure, ma la coerenza impone delle scelte. Forse la conseguenza è solitudine, ma è certo gioia, inappagabile letizia che la coscienza soddisfatta riversa oltre lo spirito.
Ci illumina così la frase, che Marco Aurelio scrisse in forma piana, ma tanto ricca di contenuti e gravida da risultare ostica ai passanti. La scelta è ormai scontata, il senso, ormai raggiunto, della vita, e i suoi principi son premesse. Il giusto è il paradigma; la saggezza il predicato; «indugia alquanto», dice, e non c'è scampo, ché l'uomo della luna e della febbre atomica presta l'orecchio e l'attenzione, o muore. Certo ogni stato, comunità d'uomini singoli, ha propri valori e propri soli, ciò non s'opina. È forse comodo un padrone, quando non s'ama: quando all'azione manca il desiderio, la volontà si invola.
Ma il pretesto nasce dal torpore; che confusione regna oggi nei cuori! Spesso mi sento dire «tu sei un ragazzo strano», e credo che lo pensi. Ma invero anch'io non sempre so capire quello che vive accanto a me, perché egli vive. Rifletto a volte sul mio stato, sulla mia esistenza. La mia essenza è storica o morale? spiegare è duro quando ci prende il dubbio, e certo il dubbio è quello che ci morde, e spinge innanzi. Le stanze della vita quotidiana, piastrellate di fatti e nude, sono lo specchio della nostra storia; un sorriso, un gesto, un'emozione crescono insieme, e con l'andar del tempo ti dicono chi sei, se sai ascoltare. Noi siamo in atto e io sono in quando agisco, e penso nell'azione. A poco a poco sopravviveremo, purché l'azione, ormai concretizzata, risorga nel ricordo. Possiamo, noi, pensare oltre di noi, guardare oltre quel vetro, opaco e duro, che divide? Non so, non credo che il bene mi trascenda, sia oltre l'uomo. Fossi cristiano penserei che è Dio, la cosa che ho inseguito nella vita. Ma se io andando caddi, mi rialzai. Così credo nel dritto, che non so definire, ma certo oso trovare in ciò che ho fatto; e faccio, poiché vivo. La boria degli stolti non mi tocca, chi s'arroga il diritto del giudizio è sempre in colpa. Fosse più sano fisserebbe un po' negli occhi chi s'appresta, chi certamente vuole giudicare, sempre solerte e attento ai falli altrui, e di sé fiero.
Credono di avere delle idee. Certo, la libertà non è assoluta: ogni partito è un po' prigione. La volontà sorregge il nostro arbitrio, custode la coscienza (ancora lei!), e la sensibilità, credo è ricchezza, potenza in atto d'aiutare gli altri, oltre se stessi, quando ci si aiuta.
L'appello, chiaro, è riflessione interna, critica al caso; padroni, poveri, ricchi e servitori, tutti affannati d'animo sul treno, che sempre più veloce va, e poi si ferma, e parte ancora sempre uguale. È sciocco correre quando si è senza meta, certo più che sostare ad osservare il sole, o il temporale, a cercare negli altri una risposta, e poi tornare al proprio albergo piccolo, e pensare. E ancora andare, come pensiamo, avanti, forse per rabbia o forse per follia; o per amore, tanto abusato ma sempre fiero e dolce, come la pozza chiara e il gambero, e la riva. Andare ancora, andare sotto il cielo, rigato da uno stormo, come una nube di frecce.
V anno · 1980
Scritto tra aprile e maggio, mentre preparava la tesina su Amore e Morte. Aveva appena incontrato Liliana — quella del disegno Preludio, quella del primo amore adulto e corrisposto. Per la prima volta, le idee sul senso della vita trovano forma scritta. Alcune pagine di questo tema confluiranno nella tesina, completata tra giugno e luglio: era lui ad aver riconosciuto l'intima coerenza fra i due testi. Di quella quinta ricorda anche altro: capitava di pensare direttamente in latino e dover tradurre in italiano. Al liceo scientifico.
Titolo assegnato dalla professoressa Milana: «Oggi è un giorno come tutti gli altri. Dovrò combattere un'inutile lotta fra noia e dovere.»
Cerco in tutti i modi di essere arido. Voglio imporre silenzio al mio cuore, che crede di avere molto da dire. Temo di non avere scritto che un sospiro, quando credevo di aver segnata una verità. Perché una parvenza di spiraglio dovrebbe impallidire a un angolo della volta? Nubi immobili e intente allo stesso sussurro si imbiancano e spengono quasi al confine del cielo. A una distanza infinita si impiantano le case, s'addensano le brume. Più prossima, la polvere ruota il suo volo acceso fra le persiane e il letto e sulle tende danzano, leggere, figure. Questo lato del cielo è di un azzurro senza storia, azzurro notturno che non teme il giorno, azzurro dove il nudo bianco del vento spazza i profili senza corpo dormienti nelle nubi vuote. Che senso ha la vita? Domanda che i filosofi non si pongono neppure. La vita semplicemente è, come la morte, inevitabile. Ma al nostro desiderio manca la musica sapiente. «E come portati via / si rimane».
Mi propongo di «fare» il mio destino a misura di quanto intuisco, smaschero e circostanzio. Sento le pulsazioni del nuovo e ne deduco gli elementi del riscatto. L'uomo rischia di consumarsi totalmente nelle soluzioni coatte e senza alternativa. L'angoscia della curiosità in Baudelaire è la separazione fra l'uomo e la società che lo «ospita». Rimbaud paventava di verificare che «io è un altro»; bisogna invece restituire ad ognuno un ventaglio di identità e rendere universalmente recepibili i termini di un'attività che, come la poesia voluta da Lautréamont, deve essere necessariamente «fatta attraverso» tutti. Disponiamo di una forza infinitamente più grande della parte inerte dell'universo, che, tuttavia, oppone la più pesante resistenza (J.L. Bedouin). Questa forza ci porta a scoprire l'amore e a principiare una scommessa oggi tutt'altro che esaurita: fare della coppia il primo momento di riscatto dalla serialità (Breton), cioè da quella condivisione della vita che finisce, come comincia, per ordine esterno. Per amore intendo la fusione di due esseri, senza soluzione di continuità.
Mentre Rimbaud si limitava ad assicurare: «Qualche volta ho visto ciò che l'uomo ha creduto di vedere», per quel che mi compete spero solo di potere affermare: «Una volta ho vissuto ciò che l'uomo anela a vivere». Mi voglio inoltre «contagioso», ma riconosco che l'intuizione, più o meno limpida quando esploro l'inedito o l'indefinito, non mi assiste parimenti nel tentativo (auspicato da Poe e ripreso da Baudelaire) di «mettere il cuore a nudo». Dobbiamo individuare le condizioni dell'attesa in cui si risolve dinamicamente il nostro tentativo di superare le dicotomie dell'esistenza. Attesa di un incontro che è necessariamente fusione dell'individuo con se stesso o, meglio, con la proiezione di se stesso in un adeguato contesto di esperienza.
Dopo l'incontro le due esistenze si compongono in una vita che — semplicemente — «accade» con una concentrazione tale da restituire a credibilità la convinzione secondo cui capita soltanto ciò che si vuole. Il caso non esiste esclusivamente in questa accezione — direi fotografica — di «sviluppo». L'uomo non è libero di non fare ciò cui maggiormente tende la sua sete d'essere. E l'angoscia della curiosità di Baudelaire non è che l'angoscia dell'infinito e si traduce naturalmente nella formulazione di una concreta possibilità d'esistenza: non vi sono soluzioni al di fuori dell'amore, di quell'amore attraverso cui l'uomo guadagna finalmente la consapevolezza di sé. Metaforicamente si deve innestare all'operosità dell'ape l'improvvisazione del grillo, per farne un'ape-grillo che modula l'invenzione del volo.
Durante l'Attesa, l'inadeguatezza della materia alle pulsioni positive dell'animo conduce a quella che Leopardi chiamò «regina delle passioni»: la noia, che segna appunto l'assenza totale di passione. Meditando comportamento ed esperienza individuo la persistenza di perseguibilità che contraddicono il mio modo di essere abituale. La noia prende forma e consistenza, sembra precluderci ogni possibilità di accesso al castello stellato che, costruito in pietra filosofale, si apre a lato dell'abisso, e nelle pozze irte di fumi ambigui decanta la coscienza.
In questo deserto io guardo con asciutti occhi me stesso; ma in me vedo agitarsi e fremere una folla immensa di umanità repressa e soffocata entro recinti vasti come il mondo. «La mia vicenda breve è già compiuta, e fornito il mio tempo a mezzo gli anni» (Petrarca). Da una non dissimile condizione spirituale nacque il grande Leopardi e tanta parte di inquieta umanità che pare indugi in una sterile rappresentazione teatrale di fronte alla platea deserta. Ma «il tempo è un grande autore, e trova sempre il perfetto finale» (Chaplin). Dobbiamo riappropriarci del tempo e spogliare l'esistenza dell'uomo dalle sovrastrutture e inessenzialità che ogni giorno gli impongono, come al sarto di Swift, di «prendere le misure della vita» con inadeguati e complicati strumenti nautici e calcoli trigonometrici. Il tempo esiste solo e sempre in noi, dobbiamo dunque «essere nel tempo» — problema insomma diametralmente opposto all'«avere tempo» — coincidendo nell'esigenza morale dell'autocreazione umana.
In rapporto dialettico con l'inatteso, totalizziamo le contraddizioni in una più comprensiva sintesi di esperienze, che ci consentono di partecipare alla vita della persona e, successivamente, delle persone. È solo in questo passaggio la qualità dell'esistere. È nel rapporto con la pluralità che la caratteristica unicità dell'individuo acquista significato. L'amore, mentre da un lato annulla le riserve che stemperano la dedizione incondizionata alla sua capacità di essere «la vita», dall'altro conquista immediatamente le esistenze in cui si infiltra la consapevolezza della sua onnipossibilità. E adotta le vite che sgorgano dall'unione. In questa, germoglia come la pianta che invisibile, ai piedi della torre, attende l'eletto per iniziare l'ascesa e mostrarsi, in cima, nella più smagliante compiutezza.
I percorsi delle intuizioni e delle sensazioni che, attraverso l'amore, danno sulla vita, intrecciano nuovi accordi, schiudono inusuali possibilità e imprevedibilità. Lungi dall'esaurirsi, continua l'ininterrotta ricerca, senza principio e senza fine, che è in fondo la sola depositaria del senso e della portata della vita. Ecco...
Lei, è «davanti». Il mistero si compie proprio nel momento in cui sembra svanire.
Maturità · 1981
Tesina presentata all'esame di maturità, 1981. Trentacinque pagine sul legame inestricabile tra le elaborazioni culturali della morte e dell'amore — quella radice comune da cui nasce il bisogno di arte. Il tema di maggio era già andato in quella direzione; riconoscendo l'intima coerenza, alcune pagine di quel testo confluirono nella tesina, completata tra giugno e luglio. La conclusione qui riprodotta lo dimostra: è la stessa voce, quasi le stesse parole. Qui restano l'introduzione — dove il problema viene posto — e la chiusura.
Introduzione
La paura più grande di tutte non ha niente a che vedere con l'odio e l'aggressività. La paura più grande è quella di amare e di essere amati. Non sappiamo se per l'uscita dal Sé, per l'accoglimento dell'Altro che l'amore inevitabilmente comporta, oppure se per il suo inestinguibile potere rivoluzionario. L'amore, infatti, segna sempre lo spazio di un conflitto; per esso si individua e sostanzia il grandioso processo autocreativo che, nei suoi corollari culturali, fu tanto caro alla poesia romantica. Ogni istanza di estrinsecazione e di appropriazione implica, anzi esige un coinvolgimento affettivo; ogni momento di crescita reale e di conoscenza si connota come un atto d'amore. Come scrisse Novalis, «forse l'immenso non basta al senso che penetra in fondo; ma un cuore che ama sazia la mente che aspira al sublime». Storicamente, la realtà dialettica di questo processo ha trovato nella poesia, nell'«esperienza poetica», l'unico possibile fattore di unità; dove poesia è un modo di essere, è una «forma» dell'animo e della vita più che una espressione comunicativa.
È necessario comprendere, infatti, che la grande sfida della comunicazione si gioca all'interno di un campo limitato «per essenza», quello dei «concetti», dei frammenti di realtà dimidiate e scomposte in momenti che, come l'uomo, si modificano verso gli estremi. Solo ciò che è privo di totalità, di sfericità, di unità, infatti, può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, il che ha portato il pensiero orientale a denunciare, attraverso le parole di H. Hesse, che «di ogni verità anche il contrario è vero». La poesia, come la saggezza, come l'anima individuale, non può essere «comunicata», almeno nell'accezione comune del termine. «Kleist diceva che al poeta piacerebbe più di ogni altra cosa trasmettere senza parole i pensieri stessi» (L. Wittgenstein). È questo anelito all'assoluto, questa tensione globalizzante che ognuno di noi avverte in certa misura, a rendere significativa l'esistenza. Nei poeti (e ribadisco: poesia è una categoria dell'animo, infinitamente diversa da ogni determinazione espressiva) lo stesso anelito, la medesima tensione divengono la prima corda del loro sentire, la caratteristica intrinseca della loro individualità. E del resto, come scriveva Novalis, «ogni sensazione assoluta è religiosa».
Cantava Gagarin, durante il primo volo: «Laggiù, laggiù nella mia isola...». Basta dunque tanto poco a tenerci attaccati alla Terra? In realtà, l'uomo che fa oggi i conti con le categorie dell'assoluto è ancora quello della pietra e della fionda, lo stesso che ha elaborato e modulato, attraverso le categorie complesse della poesia, della scienza e dell'arte, la sua possibilità di riscatto dalla morte, il suo irrinunciabile ostaggio ontologico, la sua speranza.
Una pia illusione? Una disperata operazione terapeutica contro la morte? Probabilmente. Ma è dalle nostre illusioni che nasce la nostra cultura, che si sprigiona il carattere etico e filosofico di una ricerca tesa a recuperare i frammenti della nostra esperienza ad una unità d'esistenza; ciò, a tutt'oggi, costituisce a un tempo la nostra condanna e la nostra grandezza, al di là di tutte le scoperte scientifiche e dei formidabili progressi tecnologici. «Perché la nostra saggezza — scriveva Montaigne — è meno saggia della nostra follia. Perché i nostri sogni valgono più dei nostri discorsi».
Conclusioni
Cerco in tutti i modi di essere arido. Voglio imporre silenzio al mio cuore, che crede di avere molto da dire. Temo di non avere scritto che un sospiro, quando credevo di aver segnata una verità. Questo lato del cielo è di un azzurro senza storia, azzurro notturno che non teme il giorno, azzurro dove il nudo bianco del vento spazza i profili senza corpo dormienti nelle nubi vuote. Che senso ha la vita? Domanda che i filosofi non si pongono neppure. La vita semplicemente è, come la morte, inevitabile.
Mi propongo di «fare» il mio destino a misura di quanto intuisco, smaschero e circostanzio. Sento le pulsazioni del nuovo e ne deduco gli elementi del riscatto. L'uomo rischia di consumarsi totalmente nelle soluzioni coatte e senza alternativa. Questa forza ci porta a scoprire l'amore e a principiare una scommessa oggi tutt'altro che esaurita: fare della coppia il primo momento di riscatto dalla serialità, cioè da quella condivisione della vita che finisce, come comincia, per ordine esterno. Per amore intendo la fusione di due esseri, senza soluzione di continuità.
Mentre Rimbaud si limitava ad assicurare: «Qualche volta ho visto ciò che l'uomo ha creduto di vedere», per quel che mi compete spero solo di potere affermare: «Una volta ho vissuto ciò che l'uomo anela a vivere».
Il tempo esiste solo e sempre in noi, dobbiamo dunque «essere nel tempo» — problema insomma diametralmente opposto all'«avere tempo» — coincidendo nell'esigenza morale dell'autocreazione umana.
È nel rapporto con la pluralità che la caratteristica unicità dell'individuo acquista significato. L'amore, mentre da un lato annulla le riserve che stemperano la dedizione incondizionata alla sua capacità di essere «la vita», dall'altro conquista immediatamente le esistenze in cui si infiltra la consapevolezza della sua onnipossibilità. E adotta le vite che sgorgano dall'unione. In questa, germoglia come la pianta che invisibile, ai piedi della torre, attende l'eletto per iniziare l'ascesa e mostrarsi, in cima, nella più smagliante compiutezza.
I percorsi delle intuizioni e delle sensazioni che, attraverso l'amore, danno sulla vita, intrecciano nuovi accordi, schiudono inusuali possibilità e imprevedibilità. Lungi dall'esaurirsi, continua l'ininterrotta ricerca, senza principio e senza fine, che è in fondo la sola depositaria del senso e della portata della vita. Ecco...
Lei, è «davanti». Il mistero si compie proprio nel momento in cui sembra svanire.