Mazara del Vallo
La soglia
Il mare, qui, ha sempre portato qualcuno. I Fenici la chiamarono Mazar, la rocca. Vennero i Greci, i Cartaginesi, i Romani. Nell'827 gli Arabi sbarcarono su questa costa: da Mazara cominciò la Sicilia islamica, e la città diede il nome al Vallo, il più esteso dei tre distretti in cui divisero l'isola. Un porto che nomina la propria terra.
Le strade nuove finiscono qui. Eppure è un incrocio: la grande direttrice che scende dal nord dell'Europa, oltre il circolo polare artico, e quella che corre da Lisbona verso l'Asia si annodano proprio in questo punto che sembra la fine del mondo. L'ultima autostrada si ferma a Mazara; oltre, c'è solo il mare. L'Africa è a meno di duecento chilometri.
Dodici secoli dopo quello sbarco, dal mare è tornato qualcuno. Dagli anni Sessanta i pescatori tunisini sono venuti per il lavoro duro del mare, e hanno ripopolato la casbah — i vicoli stretti che cercano l'ombra, i cortili — le stesse case dei loro antenati. Oggi quel cuore antico è tornato a parlare arabo: lì vive gran parte della più importante comunità tunisina d'Italia, e metà degli equipaggi dei pescherecci viene dall'altra riva. Non è la favola dell'incontro perfetto: il lavoro è stato a lungo ingiusto, e l'integrazione è ancora una parola al futuro. È piuttosto un esercizio quotidiano di misura — la parola con cui i maestri antichi chiamavano insieme il ritmo della danza e la temperanza dell'animo.
Da certe case, la sera, si sentono insieme le campane e il richiamo del muezzin.
E dal fondo di questo mare, nel 1998, una rete ha riportato a galla un satiro di bronzo colto nell'attimo della danza. Viaggiava su una nave naufragata tra la Sicilia e l'Africa, più di duemila anni fa. Ha continuato a danzare, sott'acqua, per tutto quel tempo.